Settanta anni di Fiamma: la Fondazione An presenta la mostra e i convegni

“Italiani, vi chiamiamo a raccolta”. Sono le parole conclusive dell’Appello che il Movimento sociale italiano, appena costituito, il 26 dicembre 1946, rivolge a tutti coloro che ancora sentono il “vincolo di fedeltà alla Patria”. Non parole di rivincita, non parole di rancore. Accadeva 70 anni fa, era il primo atto di presenza politica di un partito nato dal reducismo ma forte di un sentimento, la nostalgia dell’avvenire, che ne avrebbe retto le sorti, nei 48 anni della sua travagliata storia. Una storia che ora viene ripercorsa in una mostra, voluta dalla Fondazione An, che ha proprio quel titolo e non avrebbe potuto averne altri: Nostalgia dell’avvenire. La mostra, curata dallo storico Giuseppe Parlato, che alla storia della destra italiana ha dedicato varie pubblicazioni, sarà inaugurata il prossimo 20 ottobre nei locali dell’ex sala de Marsanich in via della Scrofa 43. L’iniziativa sarà presentata giovedì alle 12 in una conferenza stampa – ospitata negli stessi locali – con la partecipazione dei consiglieri di amministrazione della fondazione An, tra cui Gianni Alemanno, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli e Ignazio La Russa, del presidente della Fondazione Franco Mugnai, del direttore scientifico Marcello Veneziani e del curatore Giuseppe Parlato.

L’allestimento segue le tappe salienti – ripercorse nel catalogo riassuntivo dell’iniziativa, realizzato da Simonetta Bartolini – della storia del Msi: le origini e la prima segreteria Almirante, la segreteria Michelini (1954-1969), la seconda segreteria Almirante (1969-1987), le segreterie Fini e Rauti (1987-1995). Sezioni cronologiche affiancate da sezioni tematiche sui “luoghi del cuore” della destra italiana, Trieste, l’Alto Adige e Reggio Calabria, sulla riforma istituzionale e la battaglia per la Nuova Repubblica, sul sindacato, sulla cultura, le riviste e le pubblicazioni, sui giovani e le loro organizzazioni.

L’iniziativa della Fondazione An

msi appello

L’idea, spiega Franco Mugnai, è stata quella di realizzare una “storia illustrata del Msi” dove trovassero spazio non solo i leader protagonisti di quel percorso ma anche il popolo missino, che sempre, con dedizione e senza chiedere nulla in cambio, ha supportato nei decenni le battaglie di una classe dirigente ostracizzata e osteggiata, che faticava a conquistare uno spazio di protagonismo politico. “Da quelle sezioni, da quelle piazze – ricorda – passarono migliaia di studenti e di lavoratori, militanti di un partito che volle chiamarsi movimento per distinguersi dalla partitocrazia”. Di più: che voleva essere l’alternativa al sistema partitocratico. Un progetto politico che ha appassionato milioni di elettori e di attivisti, un progetto che valeva la pena non di celebrare ma di spiegare, di approfondire, non solo con la mostra e con il catalogo ma anche con un video e con una serie di convegni che seguiranno l’apertura della mostra promuovendo la discussione su un’eredità complessa, in gran parte da attualizzare e da valorizzare ma anche da consegnare alla storia.

L’idea del curatore, Giuseppe Parlato

costi quel che costi

Il materiale utilizzato da Giuseppe Parlato nell’organizzare le varie sezioni proviene in larga parte dalla Fondazione Ugo Spirito-Renzo De Felice e dall’archivio del Secolo d’Italia, fondato nel 1952, che divenne quotidiano del Msi negli anni Sessanta. Ciò che si è voluto far emergere, sottolinea Parlato, è il fatto che il Msi si muoveva sulla base di sentimenti più che di ideologie. I missini, gli esclusi, gli sconfitti, i reietti, non reagirono al “ghetto” con un ribellismo antisistemico o con un’ideologia alternativa a quella democratica: al contrario individuarono “sentimenti in grado di muovere il consenso e di coinvolgere i militanti e i giovani”. La mostra ha appunto questo scopo: illustrare quei sentimenti, quell’impegno politico che poggiava su tre pilastri “fedeltà, tradizione, nostalgia”. Per questo, conclude Parlato, quella del Msi è una storia di sentimenti prima che di idee e di proposte politiche. Una pagina importante della storia italiana che non merita oblio e rimozioni, e alla quale tutti possono guardare – non solo i reduci, non solo gli ex, non solo quelli che “io c’ero” – per capire – anche se scettici, anche se avversari, anche se culturalmente distanti – che la politica senza passione è sempre destinata alla sconfitta.