2 giugno, festa della Repubblica: ecco i motivi per (non) festeggiare

Compie settant’anni la signora Repubblica, l’istituzione non il quotidiano, e non ha una bella cera. Nacque da un broglio, come molti storici ormai ammettono: un peccato originale, questo, che non le ha giovato. Per il referendum istituzionale e la Costituente si votò il 2 giugno 1946. La sofferta proclamazione del risultato, dopo contestazioni e scontri di piazza, arrivò soltanto il 18 giugno, ma l’esito uscito con qualche aiutino dalle urne era già stato deciso da mesi, si legge su “Libero“.

La Repubblica nacque con i brogli elettorali

Il congresso del Pci, che contava un milione e mezzo di militanti, si era chiuso il 6 gennaio; Palmiro Togliatti, nella relazione introduttiva, si era speso a favore dell’assetto repubblicano, auspicato per ragioni diverse anche dal sessanta per cento degli iscritti alla Dc, che tenne la propria assise il 24 aprile. Alcide De Gasperi, che era persona seria, lasciò comunque libertà di coscienza ai suoi elettori, per non dividerli. A dirsi monarchici furono i soli liberali, che già allora non contavano niente. Il ritocco del voto servì dunque a evitare la delegittimazione delle principali forze politiche e, soprattutto, della Costituente.

La Repubblica disegnata dalla carta del ’48 si reggeva su due pilastri: i partiti e il Parlamento

Oggi sono entrambi in crisi conclamata, con il risultato d’aver reso fragile l’intero assetto istituzionale. Nel secondo dopoguerra, a contendersi l’Italia furono due culture antirisorgimentali, la cattolica e la marxista. La nazione divorziò dallo Stato: l’una si era consolidata soltanto nel fango delle trincee durante la Prima guerra mondiale, ma non resse alla Seconda; l’altro, dall’unità in poi, fu invece percepito, con diffidenza prossima a sconfinare nell’ostilità. Restavano le appartenenze di schieramento: fino alla caduta del Muro, il Pci fu per i propri iscritti Dio, Patria e famiglia. La Dc si reggeva sull’anticomunismo, sul mondo cattolico, sui notabili locali e sulla rete d’interessi alimentata dall’ininterrotta permanenza al governo. Funzionò fino agli Anni di piombo, che si conclusero con il consociativismo, frantumato dalla decisa azione di Craxi, il primo a comprendere che la baracca aveva urgente bisogno di manutenzione, se non si voleva che cadesse a pezzi.

Nel secondo dopoguerra, a contendersi l’Italia furono due culture antirisorgimentali, la cattolica e la marxista

Le sue proposte di riforma restarono lettera morta, così come inascoltati furono gli appelli della destra per il presidenzialismo. Il sistema che Mani pulite accompagnò al camposanto nel ’92 era già in coma da tempo. Berlusconi scese in politica dichiarandosi contro la politica: Forza Italia non è stato mai un partito, ma un comitato elettorale. Ben presto, pur affermando il contrario, le altre forze in campo l’hanno imitato: ultima , in ordine di tempo, la Ditta, come la chiama Bersani, che ancora non si capacita del renzismo, una prosecuzione del berlusconismo con altri mezzi. Epigoni del Cav sono anche i Cinque stelle, orgogliosi d’aver fondato un antipartito, che in realtà pratica una sorta di centralismo democratico in puro stile Comintern. Il Parlamento negli ultimi vent’anni ha smesso d’esser sovrano e ratifica faticosamente decisioni prese altrove.

Repubblica? A governarla davvero sono le burocrazie, nazionali e d’importazione

Nel discorso pubblico, a differenza di quanto accade per esempio in Francia, non è quasi mai citata, salvo il 2 giugno, nella retorica bolsa delle celebrazioni ufficiali che hanno il sapore mesto d’una commemorazione. Quasi più nessuno ci crede: gli italiani non la vollero, è stata loro imposta e adesso, purtroppo, non se la meritano.