I Paracommando belgi in difesa dei civili in Congo come a Molenbeek

Ai meno giovani avrà fatto sicuramente effetto vedere in questi giorni, dopo l’ennesimo attacco in Europa dei terroristi islamici, schierati per le strade di Bruxelles i famosi paracommando belgi, vera forza speciale europea, che si ricoprì di gloria in Congo e successivamente in Ruanda e in altri teatri internazionali. I giovani probabilmente non ricorderanno che il Congo era una colonia belga, l’unica insieme a un mandato sul Ruanda-Urundi, assegnatogli dopo la Grande Guerra. Il Congo, grande 76 volte il Belgio, all’inizio era proprietà privata del re Leopoldo II, ma nel 1908 divenne colonia belga. Negli anni Sessanta ci fu una gravissima crisi internazionale in Congo, che ci riguardò da vicino, poiché i congolesi Simba, comunisti, uccisero e fecero a pezzi 13 nostri aviatori a Kindu, avendoli scambiati per mercenari. Il Belgio perse poi la colonia in modo cruento, con una coda scandalosa, quando al re Baldovino, giunto in Congo per proclamarne l’indipendenza, fu rubata la spada da un militare africano saltato sulla jeep reale. In quella cupa caligine di guerra civile e massacri ferocissimi, i paracommando belgi si misero in luce nella celebre operazione Dragon Rouge, quando furono inviati in fretta e furia a Stanleyville per salvare i civili europei – si stima che a quel tempo i coloni belgi fossero almeno 70mila – dalle orde selvagge dei Simba che uccidevano, violentavano e torturavano tutti i bianchi che riuscivano a scovare. Nell’estate del 1964, in piena guerra civile, il governo rivoluzionario del Congo, armato e foraggiato dai cinesi e dai cubani, dichiarò ostaggi tutti gli europei residenti nel Congo orientale, deportandoli nella capitale Stanleyville. Fu allora che l’Occidente, quando era ancora Occidente, ruppe gli indugi: 350 paracommando belgi al comando  del colonnello Charles Laurent, trasportati da aerei statunitensi, si paracadutarono su Stanleyville, nell’operazione Dragon rouge, mentre un’anafora missione, Dragon Noir, si svolgeva nella città di Paulis, più a nord, con lo stesso obiettivo: quello di liberare i civili dalla minaccia dei Simba. L’operazione riuscì perfettamente, i duemila ostaggi furono liberati quasi tutti, e la città tornò saldamente in mano ai belgi. 350 parà avevano sconfitto in poche ore migliaia di congolesi decisi a massacrare tutti gli europei presenti in Congo. L’operazione fu supportata anche da un gruppo di mercenari europei e sudafricani schierati dal presidente katanghese Moise Ciombè per proteggere la popolazione.

I Paracommando presenti in tutti i teatri internazionali caldi

Ma neanche allora mancarono le solite polemiche sollevate dalle anime belle della sinistra,che già cominciavano a vedere il mondo capovolto. Secondo 22 nazioni arabe e africane, schierate con il Comecon dell’Urss e con la Cina, l’azione belga in difesa dei civli era un’azione di stampo neocolonialista… Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con la solita ignavia, emise una risoluzione in cui non si condannava l’azione belga ma tuttavia si invitavano i mercenari a lasciare il Paese africano. Così, tanto per non sbagliare. La guerra continuò, ma i paracommando belgi erano riusciti a salvare i coloni europei che in Congo avevano portato prosperità, pace e lavoro. Le vicende successive del Congo, nazione con le risorse minerarie più ricche del pianeta, sono troppo note per essere qui ricordate. Oggi in Congo si muore di fame e di epidemie. E i paracommando ci sono ancora, e ancora proteggono la popolazione civile dai nuovi selvaggi, i terroristi islamici, che vorrebbero portarci la guerra dentro casa. Dopo l’impiego in Congo nel 1964, i paracommando furono utilizzati ancora nel 1973 e nel 1974, quando furono inviati in Niger per proteggere i convogli umanitari mandati laggiù per affrontare una durissima carestia. Ma nel 1978 i paracommando si ripeterono, nello stesso Congo, che allora si chiamava Zaire, in una missione analoga al Dragon Rouge, stavolta in appoggio ai parà della Legione straniera francese. Miliziani congolesi avevano preso in ostaggio tremila cittadini europei, e il governo di Mobutu non riusciva inviare una missione di risposta. Ci pensarono la Legione e i parà belgi a liberare la cittadina di Kolwezi e a evacuare i civili in una operazione che si chiamava Fagioli rossi. Qualche anno dopo i paracommando furono inviati in Ruanda nell’ambito della guerra civile tra Hutu e Tutsi, e riuscirono a proteggere ed evacuare gli europei, anche se al prezzo di dieci parà morti, il più alto numero di vittime militari belghe dopo la Seconda Guerra Mondiale. Successivamente i paracommando parteciparono alla Guerra del Golfo, e alle missioni in Zaire, Somalia, Gabon e poi in Kosovo.