Video dell’Isis torna a minacciare l’Italia evocando Graziani e Mussolini

Dopo i sanguinosi attacchi a Istanbul, Il Cairo e Mogadiscio, l’Isis torna a farsi viva con un video, il suo mezzo di comunicazione preferito, in cui si torna a minacciare l’Italia: «Non ci fermeremo finché la bandiera non sventolerà su Costantinopoli (Istanbul) e Roma»: è un brano dell’audio che accompagna l’ultimo video di minacce dello Stato islamico, montato sulle sequenze del clamoroso fiasco commerciale, mai o quasi circolato in Italia, Il leone del deserto, film del 1981 sulla storia di Omar al-Mukhtar, il leader della resistenza libica contro l’Italia nel 1929. Il film, finanziato da Muammar Gheddafi, nel periodo in cui odiava gli italiani, con decine di milioni di dollari, in Italia è stato censurato per oltre 20 anni. Vale la pena di spendere due parole su questo “polpettone” sconosciuto, girato dal regista siriano Mustafà Akkad, morto del 2005 per un attentato di al Qaeda ad Amman in cui morì anche la figlia. Il film, teso a diffamare e infangare le forze armate italiane, il generale Rodolfo Graziani e ovviamente il fascismo, è una summa di inesattezze storiche, voluto da Gheddafi per gettare discredito su alcune tribù e non su altre, e a creare la leggenda di un eroe nazionale, mitizzando i guerriglieri che naturalmente senza fucili affrontavano eroicamente le sofisticate e modernissime armi italiane. I guerriglieri sono visti come “partigiani” e gli italiani come i soliti fascisti invasori. In realtà non fu così: Graziani e l’Italia conquistarono agevolmente la Libia grazie soprattutto alle truppe locali, quelle sì eroiche e fedelissime, inquadrate nelle truppe italiane, che combatterono per la liberazione del loro Paese dalla dittatura delle varie fazioni, e che considerarono sempre gli italiani come liberatori e civilizzatori. Ancora oggi, come è noto, in Libia le uniche grandi infrastrutture ancora presenti, comprese diverse città e strade, furono realizzato dagli “invasori” italiani, ai quali le bande di Omar al Mukhtar non crearono grandi problemi.

L’Isis monta le minacce sul film anti-italiano “Il leone del deserto”

E oggi la storia si ripete: libere da un governo forte, le varie tribù libiche sono nuovamente ai ferri corti per il predominio del territorio e della mezzaluna petrolifera: le varie fazioni sono spinte e foraggiate da questo o quel Paese occidentale, e gli accordi “storici” per la formazione di un governo si risolvono puntualmente in scontri sanguinosi tra miliziani in lotta. Europa, Stati Uniti, Onu hanno plaudito alla nascita di un governo con ben 32 ministeri e relative poltrone, ma il giorno dopo la guerra civile era nuovamente in corso. È il risultato della strategia sciagurata dell’Europa, che ha voluto liberare la Libia dal “dittatore” per consegnarla a uno stato di caos permanente: e i clandestini, che prima non arrivavano più sulle nostre coste grazie all’intelligente accordo del governo Berlusconi con Tripoli, dalla “liberazione” della nostra ex colonia arrivano a decine di migliaia, grazie alla complicità di trafficanti locali, più interessati ai soldi che all’indipendenza del loro Paese. Tornando al film di propaganda, c’è da dire che neanche un cast di tutto rispetto riuscì a farlo vedere da qualcuno: la parte del patriota libico era interpretata da Anthony Quinn, l’inglese Oliver Reed era Rodolfo Graziani, Rod Steiger era Mussolini. Nel film c’erano anche Gastone Moschin, Irene Papas, John Gielgud e Raf Vallone. Ma nulla servì: il lavoro era talmente intriso di becera propaganda anti-italiana che quasi nessuno entrò nelle sale per vederlo. Il regista, invece, si fece una qualche fama girando i vari horror su Halloween. È già la seconda volta che nei suoi video di minaccia i criminali dell’Isis evocano Rodolfo Graziani, che della Libia fu conquistatore e governatore, segno che il regista dei deliranti filmati conosce bene la storia della Libia.