Putin, l’unico leader (insieme alla Merkel) di questi anni Duemila

Il Novecento ha avuto tanti leader, la sua Storia politica, diplomatica, militare, economica, sociale ha avuto fior di protagonisti. Gli Stati Uniti hanno ospitato alla Casa Bianca uomini come F.D. Roosevelt, Henry Truman, che ne raccolse nel ’45 l’eredità, Ronald Reagan, che inferse il colpo di grazia all’Unione Sovietica, creata da un formidabile mongolo, Lenin, che la sottrasse al brutale giogo zarista. Churchill salvò la Gran Bretagna, nel 1940, dall’invasione nazista, Moo da quella dei grandi Signori della guerra e dal reazionario e crudele Chiang Kai-shek. Tito, pur macchiandosi di orrendi crimini, le foibe, tenne insieme con un ferrigno dominio accentratore, la Iugoslavia, frantumatasi, alla sua morte, in un caleidoscopio di bellicose e spietate etnie. Mussolini, fino alla guerra di Etiopia, primo fatale errore, con buona pace dei suoi detrattori, già suoi plauditores, qualcosa di buono lasciò. De Gaulle, il generale francese De Gaulle, pur con la sua presunzione di grandeur, fu un gigante, paragonato ai successori Sarkozy e al pony express Hollande.

Il Novecento ha espresso molti leader. Il Duemila non è stato così fortunato

Dopo le iatture Carter e Bush, responsabili di un colossale bluff, l’esportazione della democrazia come se fosse una partita di coca-cola, Barack Obama, con la sua messianica e inetta politica mediorientale e maghrebina, s’è giocato – si legge su “Il Mattino” – le plaghe più strategiche ed esplosive del mondo. Oggi abbiamo due soli veri statisti, Angela Merkel e, soprattutto, Vladimir Putin cui il prolifico e documentatissimo Gennaro Sangiuliano ha dedicato la migliore biografia che ci sia capitata sotto gli occhi e fra le mani. «Putin, vita di uno zar» (Mondadori editore) è un saggio che tutti dovrebbero leggere e non solo per la chiarezza espositiva, ma anche peri’acume dei giudizi. Sangiuliano ha incontrato quattro volte Putin e gli sono bastate, perché ha capito subito chi aveva di fronte.

Putin è l’ultimo zar. Non è comunista, anche se lo è stato, e si vede.

Figura enigmatica e pragmatica, come deve essere un leader. Non è simpatico, come non deve essere un leader. Parla poco e se dice una parola è quella. Se la tace, una ragione c’è. Spesso una ragione di Stato, di cui conosce l’imperioso valore. Non fa un passo più lungo della gamba, ma ne ha fatti di lunghissimi. La sua non è democrazia. È qualcosa di meglio. È quell’autocrazia di cui hanno bisogno certi popoli, succubi prima della satrapia zarista, poi sovietica. Quando l’etilista Eltsin gli affidò il bastone del comando non poteva fare scelta migliore.