Istat, l’Italia felice di Renzi: 25.000 italiani per strada, 6.000 senza cibo

L’Italia di Renzi? Gli immigrati in albergo o case popolari. E gli italiani? Per strada. Eccola la fotografia impietosa scattata dall’Istat, un fermo immagine che smentisce l’idea, spacciata da Matteo Renzi, di un’Italia felice. «Dalla seconda indagine dell’Istat sulla condizione delle persone che vivono in estrema povertà, è emerso che sono in aumento, specie al Sud, le persone senza dimora che, nei due mesi in cui si è svolta l’indagine, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani presi a campione – annota la deputata pugliese di Forza Italia, Elvira Savino – Il 42 per cento sono nostri connazionali, 25 mila italiani costretti a rivolgersi alle associazioni caritatevoli per poter mangiare o dormire sotto un tetto: è una vergogna. Renzi parla di una Italia felice che non esiste e tutti i dati lo smentiscono».
I dati rilasciati dall’Istat sono un knock-out micidiale contro la politica delle favole raccontate da Renzi. Secondo l’Istituto di ricerca guidato dal professor Alleva, le persone senza fissa dimora in Italia sono oltre 50.700. E, nonostante l’ottimismo di Renzi, sono in aumento rispetto alle 47.648 stimate nel 2011 quando Berlusconi venne scippato del governo e, al suo posto, Napolitano mise Mario Monti inaugurando l’era della “dittatura democratica”.
Anche la durata della condizione di senza dimora, rispetto al 2011 si allunga: diminuiscono, dal 28,5 per cento al 17,4 per cento, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi (si dimezzano quanti lo sono da meno di 1 mese), mentre aumentano le quote di chi lo è da più di due anni (dal 27,4 per cento al 41,1 per cento) e di chi lo è da oltre 4 anni (dal 16 per cento al 21,4 per cento).
«Mentre il tasso di disoccupazione nell’area Ocse ad ottobre si è attestato al 6,6 per cento, in Italia è quasi il doppio, all’11,5 per cento – fa notare Elvira Savino – La disoccupazione giovanile, sempre in Italia, è salita al 39,8 per cento, mentre a settembre era al 39,4 per cento. Nell’area Ocse, invece, la disoccupazione giovanile è al 13,6 per cento, meno della metà di quella italiana. Fra i maggiori Paesi europei, anche l’Eurostat ha certificato che l’Italia è quello che cresce di meno: mentre nel terzo trimestre del 2015, rispetto allo stesso trimestre del 2014, l’Eurozona è cresciuta di 1,6 per cento e l’Europa di 1,9, l’Italia si è fermata a 0,8. Ecco l’Italia col segno più di Renzi e Poletti: più disoccupati e più poveri. Ma niente paura – li sfotte la deputata pugliese – domani è un altro tweet».
Il report dell’Istat è una botta micidiale per Renzi sotto tutti i punti di vista. Analizzati i dati diffusi, la Coldiretti fa notare che in Italia la percentuale di individui in famiglie che non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni è pari al 12,6 per cento. Le maggiori difficoltà dal punto di vista alimentare si registrano, secondo l’Istituto, nel Mezzogiorno, dove la percentuale sale al 17 per cento tra le famiglie monoreddito e tra le persone sole con più di 65 anni si attesta al 14,5 per cento.
«Una situazione che – sottolinea Coldiretti – si scontra con il fatto che ogni italiano che ha comunque buttato nel bidone della spazzatura durante l’anno ben 76 chili di prodotti alimentari che sarebbe più che sufficienti a garantire cibo adeguato per tutti i cittadini».
Anche l’Isfol, l’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, mette in luce un altro aspetto che incrina l’immagine di un’Italia felice propagandata da Matteo Renzi sottolineando come la crisi economica ha avuto un impatto sui comportamenti riproduttivi e sulle decisioni delle famiglie in termini di numero di figli.
La crisi ha impattato, in particolare, sulla vita professionale delle neo-madri, fa notare l’Isfol rilevando come alcune di queste, che risultavano occupate al momento della gravidanza, non lo sono più dopo la nascita del figlio e il dato è in aumento rispetto al 2005.
Più della metà delle madri che hanno smesso di lavorare ha dichiarato di essersi licenziata o di avere interrotto l’attività che svolgeva come autonoma: quasi una madre su quattro ha subito il licenziamento, mentre per una su cinque si è concluso un contratto di lavoro o una consulenza.