Giotto Dainelli, esploratore-scienziato. Dette lustro all’Italia e scelse la Rsi

Oggi pochi ricordano Giotto Dainelli, scienziato che dette fama e lustro all’Italia, e che nel 1919 era già considerato il miglior geografo vivente. La sua colpa, che stabilì per lui una damnatio memoriae senza appelli, fu che aveva aderito, non più giovane (era del 1878) alla Repubblica Sociale Italiana, ma non per spirito fazioso, ma semplicemente perché a lui, uomo di cultura, da sempre nazionalista e monarchico, quella di Salò sembrò una scelta naturale: già sin dopo l’8 settembre, Dainelli fu molto severo con coloro che avevano fatto la scelta di far cadere il fascismo. Ma a lui, proveniente da una famiglia di solidissime tradizioni risorgimentali, interessavano più le esplorazioni che il fascismo, tanto che non si iscrisse al partito se non in un secondo tempo e rifiutò di sottoscrivere il Manifesto della razza. Durante la guerra, poi, grazie alle posizioni di prestigio che ricoprì, salvò molti condannati a morte, sottrasse molti ebrei ricercati dai tedeschi, tanto che fu proprio la testimonianza di alcuni di loro, nel 1947, che permise a Dainelli di uscire limpidamente assolto dal solito processo cui i vincitori avevano voluto sottoporlo. Morì il 16 dicembre 1968, a 90 anni, dopo una vita intensa e importante, amareggiata solo negli ultimi anni dalle epurazioni e umiliazioni che toccarono a tutti  i fascisti. Anche se, come vedremo, negli ultimi anni della sua vita ci furono tardivi ma fondamentali riconoscimenti per la sua opera scientifica.

Giotto Dainelli fu docente all’università di Firenze

Come accennato, Dainelli naque nel 1878 a Firenze, dove nel 1900 si laureò in Scienze naturali e Geologia, perfezionandosi poi all’università di Vienna. Già nel 1903 era docente in Geologia e Geografia nel capoluogo toscano. Con l’approssimarsi della Grande Guerra, la sua matrice nazionalista non poteva che condurlo all’interventismo: fece domanda per partire volontario, ma la sua richiesta rimase inevasa, forse per la sua posizione di docente, e Dainelli dovette accontentarsi di rendersi utile nelle retrovie. In tutti questi anni Dainelli affiancà all’attività didattica quella di esploratore in Africa e in Asia: fu in Eritrea, nel Karakorum (fu questa la più importante missione esplorativa italiana in Asia del Novecento), poi nel 1936 andò sul lago Tana, in Etiopia, su incarico dell’Accademia d’Italia. Ha dato il suo nome a trenta specie fossili e una montagna oggi si chiama Punta Dainelli. Ha lasciato qualcosa come 600 libri, opere riguardanti le sue esplorazioni e le sue scoperte scientifiche e circa 18mila fotografie dei molti luoghi da lui esplorati. Fu, tra gli altri incarichi prestigiosi, presidente della Società geologica italiana, membro della Pontificia Accademia delle Scienze e dell’Accademia dei Lincei, nonché, dopo l’assassinio del filosofo Giovanni Gentile da parte dei partigiani, presidente dell’Accademia d’Italia, incarico che mantenne sino al 25 aprile del 1945. Come detto, dopo l’8 settembre aderì alla Rsi perché gli sembrò l’unica scelta da fare, quale patriota e quale scienziato, e fu nominato podestà di Firenze.

Giotto Dainelli fu processato e assolto dai vincitori

La sua passione fu però la scienza, non la politica, e il suo essere a favore del colonialismo, dell’interventismo, derivano dalle sue convinzioni scientifiche, modernissime per l’epoca: fu il primo che pensò che il geografo dovesse essere anche naturalista, unendo l’antropologia allo studio dei monti e dei fiumi. Definì la guerra di Spagna come «lo scontro definitivo tra la civiltà europea e cristiana e il bolscevismo distruttore», opinione peraltro piuttosto comune a quell’epoca. Riconosceva la validità del fascismo per quanto riguarda il miglioramento delle classi popolari, la civilizzazione interna e coloniale, il prestigio conferito all’Italia in campo internazionale. Ciononostante, fu anche rimproverato dal rettore per la sua assenza dalle “liturgie” del regime. Ma a lui non importava, perché rese più onore all’Italia e al suo governo con le sue scoperte scientifiche che partecipando a qualche cerimonia. Organizzò, tra le altre cose, il IV congresso di studi coloniali, teso a fare il punto sull’Impero italiano e soprattutto sulla suamissione culturale. Per Dainelli, quelle terre erano il frutto dell’ardimento dei primi esploratori che le scoprirono e le portarono nel XX secolo. Durante la guerra scrisse molti articoli attribuendo la responsabilità della stessa a Usa, Gran Bretagna e Unione Sovietica, in quanto potenze imperialiste, articoli che gli fruttarono poi la persecuzioni alla quale abbiamo accennato. Insomma, il suo faro fu sempre il bene dell’Italia e della scienza, e lo esternò in numerosi scritti e discorsi durante quella temperie. Negli ultimi giorni del conflitto, Dainelli continuò a lavorare duramente portando in porto quello che Gentile aveva iniziato e salvando un numero incredibile di preziosa documentazione. Il 26 aprile 1945 scrisse all’Accademia dei LIncei comunicando che il patrimonio dell’organismo era stato da lui depositato presso la filiale di Como del Credito Italiano. Il giorno dopo partì da Tremezzo, dove si trovava, peregrinando il alcuni centri lombardi tra cui Milano, per sfuggire alla cattura, che in quei giorni avrebbe potuto risolversi in una delle migliaia di fucilazioni sommarie. Ma la reazione ciellenista non si fece attendere: fu espulso per indegnità dall’Accademia dei Lincei e dall’università di Firenze, mentre l’Accademia d’Italia aveva cessato di vivere. Segnalato all’alto commissariato delle sanzioni contro il fascismo, il 1° ottobre 1947 fu assolto da tutte le accuse. Si trasferì a Roma dove visse anni di solitudine e di amarezza. Ma la sua opera non poté essere cancellata o sottovalutata, e nel 1953 l’università di Firenze, la “sua” università, gli conferì il titolo di professore emerito. L’anno successivo la Società Geografica Italiana volle onorarlo con la consegna di una medaglia d’oro per la sua fondamentale attività. Scrisse in Ricordi della mia vita: «Dico e affermo che, dal partito o dal governo fascista non ho mai avuto né un incarico né un ufficio. Dico e affermo che non ho mai avuto dimestichezza con gerarchi del partito e con uomini del governo e pochissimi degli uni e degli altri ne ho conosciuti, di una conoscenza del tutto superficiale, pur sapendo che, tra essi, molti e molti erano uomini e cittadini degnissimi. Dico ed affermo che non ho mai messo piede nelle sale e negli uffici della federazione fiorentina o di gruppi o circoli rionali, o mai preso parte a un corteo». Inconclusione, fu il suo grande senso di responsabilità verso l’Italia che lo convinse ad accettare ruoli importanti in un periodo tanto difficile, ritenendo che il fascismo potesse essere tanto rivoluzionario da cambiare veramente quel Paese che Dainelli amò sopra ogni cosa. È sepolto a Settigano, e sulla sua tomba c’è scritto: «Amò soprattutto la scienza e l’Italia».