Quei “ragazzi con la bandana” che sfidano il cancro studiando Manzoni

Le coordinate sono 10-D. Siamo in mezzo ai bambini ma qui non si gioca a battaglia navale, la sfida è un po’ più complessa: 10-D è il decimo piano dell’0spedale “Gemelli” di Roma, nel reparto dove il cancro tutte le mattine fa cucù ai ragazzini insieme all’infermiere con le pillole colorate. Ma qui, quando il gioco si fa duro, anche i duri spesso non ce la fanno. Come Angelo. «La Juventus ha vinto lo scudetto. Mi è venuta una gran rabbia perché lui era juventino e si è perso la festa della sua squadra del cuore. Ma poi immagino che in paradiso avrà visto tutto», racconta Daniela Di Fiore, professoressa di Lettere che si dedica ai bambini malati. L’immaginazione è spesso il suo unico strumento per dare un senso a ciò che non ne ha. Come la morte prematura di ragazzini – dai bambini agli adolescenti – che lottano, invano, contro il più implacabile dei mali alternando letture di Dante, Collodi e Manzoni ai siti web di medicina dove affannano alla ricerca di notizie sulla propria malattia. L’immaginazione, racconta Daniela nel libro “Ragazzi con la bandana, la scuola come cura in ospedale” (Edizioni Infinito, pp. 111, € 13) serve anche a dare un senso alla speranza di potercela fare, come spesso accade ai bambini ospitati nel reparto più infame, dove i disegni dei bambini dimostrano come abbiano capito tutto, fin dall’inizio: teschi, sangue, bare. E la morte, svelata o sotto metafora, fa capolino tra gli scarabocchi.

Con il cancro è meglio entrare nei particolari

Daniela faceva la giornalista poi chiese ed ebbe la possibilità di insegnare nel posto forse meno appetibile del mondo: il reparto di oncologia pediatrica del più importante ospedale romano, laddove da tutta Italia bambini e ragazzini affluiscono per provare a sopravvivere e a ricominciare. Ma al debutto in reparto, il primo giorno di scuola, anche lei che aveva scelto di essere lì fu assalita dai dubbi: «Ma io che ci faccio qui dentro? Che devo fare? Insegnare? Non credo che insegnare sia utile, i ragazzi stanno male, devono curarsi, figuriamoci se possono ascoltare le mie parole sulla prima guerra mondiale o su Manzoni», pensavo – scrive Daniela Di Fiore – “mentre mi aggiravo silenziosamente per il corridoio del reparto, quasi in punta di piedi, sentendo un pugno allo stomaco ogni volta che un bambino piangeva o quando i miei occhi si posavano su ragazzi senza capelli”.

Non c’è spazio per la retorica, nel libro, scritto con la collaborazione di Roberto Ormanni e la prefazione di Monica Bellucci e i cui proventi vanno in beneficenza all’Agop, associazione dei genitori di oncologia pediatrica del Gemelli che sostiene il progetto “La casa a colori”: nel libro si indugia invece su alcuni dettagli dei mutamenti fisici e delle malattie dei bambini proprio per scrollare via quel senso di distacco che la malattia degli altri induce a noi osservatori esterni, come se il non entrare nei particolari e  risolvere tutto con un po’ di rammarico fosse un modo per esorcizzare i nostri peggiori incubi. Angelo, per esempio: «Il tumore ce l’ha al setto nasale, al bulbo oculare, al viso e scherza sempre: è positivo, reagisce. Oggi ha fatto un tema in chiave di articolo di giornale sulla nazionale italiana e gli ho dato sette».

Insegnare ai malati di cancro che senso ha?

Ma che senso ha studiare, prendere voti, imparare e lasciarsi interrogare per poi morire? A Daniela Di Fiore gli psicologi hanno spiegato che la scuola è davvero terapeutica, aiuta a guarire, e nel libro il funzionario del ministero della Pubblica Istruzione, Speranzina Ferraro (mai nome fu più adatto) spiega come sia strategica la presenza dei maestri in ospedale e quale importante appoggio siano in grado di fornire anche alle famiglie provate da un evento così deflagrante. Ma nel libro, è spiegato bene, c’è anche la prova che di cancro spesso si guarisce, come dimostra la storia di Elena, riemersa dalle nebbie delle malattia con un messaggio alla Di Fiore: «Mi hai fatto capire cosa significa l’amicizia tra un’alunna e un’insegnante, grazie». Niente male per una che dal 10D, il primo giorno, voleva scappare.