Erri De Luca come Gandhi? Una sciocchezza che offende i veri pacifisti

«Il sabotaggio? Lo giustificava anche Gandhi…». Falso, una bufala, un’inesattezza storica e politica. Eppure il vizietto di utilizzare fonti incerte e magari piegarle ai propri fini, che ha già creato non pochi problemi a Roberto Saviano, pare che a sinistra lo coltivino in tanti, perfino uno scrittore bravo e famoso come Erri De Luca, fresco di una sacrosanta assoluzione (necessaria e utile anche per non creare finti martiri) nel processo che lo vedeva imputato per istigazione a delinquere in relazione ad alcune frasi pronunciate in sostegno delle lotte dei No Tav. Come quelle pronunciate per esaltare il “sabotaggio”: «La Tav va sabotata. Le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo», aveva dichiarato in un’intervista, in riferimento a due ragazzi fermati il giorno prima mentre trasportavano in macchina molotov, maschere antigas, fionde, chiodi e, appunto cesoie. Materiale, secondo gli investigatori, destinato ad azioni contro i cantieri della contestatissima linea ferroviaria ad alta velocità.

Erri De Luca assolto, ma il pacifismo non c’entra nulla

Un reato di opinione, niente carcere, secondo i giudici. E d è giusto così, sul piano giuridico, forse. Ma sul piano morale no. Perché le azioni dei No Tav sono una minaccia costante non all’opera in sé, ma alla salute e alla vita di chi, dovendo servire lo Stato, è chiamato a difendere i cantieri. Ma ciò che irrita di De Luca è anche il paragone tra la battaglia che si combatte in Val di Susa e la filosofia pacifista del grande leader dell “partito” della non-violenza, il Mahatma Gandhi. «Se quello che ho detto è reato – ha detto De Luca in udienza – continuerò a dirlo e ripeterlo. Il termine sabotare ha un significato nobile, lo hanno utilizzato anche Mandela e Gandhi». E invece il grande e carismatico medico indiano, come da fonti letterarie, arrivava a condannare il sabotaggio perfino in tempo di guerra (Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, p. 220), perché portava secondo lui “il germe della demoralizzazione”.

La non-violenza di Gandhi era un’altra cosa

Gandhi rifiutava la violenza come strategia di lotta ma la considerava, se “giusta” come estrema ratio al termine di un percorso di confronto. Ma pur semre un errore, un peccato, non una pratica di costruzione, che per lui restava la resistenza passiva, il non reagire, la disobbedienza civile, il rifiuto di sottoporsi a leggi ingiuste. Concetti molto lontani da quelli dei No Tav, che in tante occasioni sono passati alle vie di fatto prima ancora di provare a discutere: altro che operazione culturale, altro che dialogo cooperante, altro che passività. «La mia non-cooperazione non nuoce a nessuno; è non-cooperazione con il male,portato a sistema, non con chi fa il male” ( Gandhi Parla di Stesso).

 

«Il sabotaggio non deve creare pericoli per la vita umana»

Per Gandhi la lotta non-violenta diventa legittima “solo dopo che tutti gli altri mezzi leciti sono stati messi alla prova”, non bisogna allargare l’obiettivo della lotta e non iniziare la lotta con i mezzi più radicali, bisogna sempre mettersi “nei panni dell’altro” per capire le motivazioni che portano la controparte al conflitto, ricercare un compromesso, diceva Gandhi. E il sabotaggio invocato da Erri De Luca? «Anche le cose materiali vanno rispettate. In ogni caso se si decide di ricorrere al boicottaggio e poi al sabotaggio, l’obiettivo dell’azione deve essere mirato e non deve comportare pericolo per nessuno (se non per gli affari economici o politici della controparte)», diceva il Mahatma. Ecco, appunto. Quelle molotov, quelle maschere antigas, quelle fionde, quei chiodi e quelle innocenti “cesoie” scoperte ai No Tav? Gandhi le avrebbe considerate resistenza passiva?