Bertuzzi, l’asso della Rsi che pilotò l’aereo di Mattei nell’ultimo volo

Irnerio Bertuzzi era uno che non aveva paura. Era stato un asso dell’Aviazione nazionale repubblicana, faceva parte di quegli eroi che difesero le popolazioni italiane dai temibili bombardamenti a tappeto degli anglo-americani. I piloti della Repubblica Sociale Italiana si alzavano spesso in volo in poche unità contro le soverchianti formazioni alleate nel tentativo di difendere il suolo patrio. Bertuzzi, scomparso il 27 ottobre 1962 a Bascapè, era il pilota personale di Enrico Mattei nonché il suo caposcorta. Sì, perché Mattei, che sfidò le Sette Sorelle e il capitalismo mondiale per rendere autonoma l’Italia, di scorta aveva davvero bisogno. E la sua scorta era tutta formata da ex partigiani bianchi, formazioni che Mattei aveva comandato durante la guerra. Poi era andato con la Democrazia Cristiana, perché per realizzare il suo sogno doveva stare con chi aveva potere, ma tra la politica e l’azienda, aveva scelto quest’ultima senza esitazioni. Bertuzzi invece veniva dalla Repubblica Sociale, cui aveva aderito convintamente, ma tra i due era sorta, negli anni Cinquanta, una immediata e reciproca simpatia, che negli anni si tramutò in profonda stima. Mattei non faceva niente senza Bertuzzi. Andavano a caccia e a pesca insieme, nel laghetto privato di Mattei, vicino Brunico. Mattei gli regalò anche un bel cane pastore, a cui Irnerio era affezionatissimo. Ma soprattutto si fidava ciecamente dell’asso della Rsi, tanto che in aereo dormiva serenamente anche quando c’erano turbolenze. E quella sera c’era addirittura un temporale sulla Lombardia, ma chi conosceva Bertuzzi sapeva che non poteva impensierirlo. Lui, che aveva guadagnato due medaglie d’argento e una di bronzo al Valor militare, oltre a quattro citazioni sui bollettini di guerra. E quando si disse, appena quattro mesi dopo la tragedia e dopo un’inchiesta affrettata, che l’incidente fu dovuto a un errore del pilota, chi conosceva bene Bertuzzi non ne fu troppo convinto. Ma il tempo è galantuomo, e nel 2006 si venne a sapere che nell’abitacolo c’erano cento grammi di Comp-B, un esplosivo che causò la tragedia. Come disse uno dei primissimi testimoni dell’accaduto, un contadino. Ma poi ritrattò la sua testimonianza. E c’è anche un’altra testimonianza che corrobora la tesi dell’attentato, quella di un controllore di volo, mai ascoltato dagli inquirenti, che fu l’ultimo a parlare con Bertuzzi. Secondo lui se si fosse trattato di un guasto dovuto al maltempo e meccanico, il pilota avrebbe certo chiesto soccorso o lanciato il Mayday. Se non lo fece, fu perché ci fu un’improvvisa esplosione in cabina.

Tra Bertuzzi e Mattei si stabilì un’amicizia profonda

Bertuzzi il suo bireattore Morane-Saulnier 760 Paris I, un aereo derivato da un modello militare da addestramento di produzione francese largamente impiegato in Francia e in alcuni paesi Sudamericani, lo conosceva bene: aveva già 600 ore di volo con quell’aereo e oltre 11.260 ore di volo in totale. Bertuzzi era nato a Rimini nel 1919. Durante la Seconda Guerra Mondiale pilotava gli aerosiluranti nella Regia Aeronautica. Dopo l’8 settembre 1943, Bertuzzi rispose al Bando del Colonnello Botto (il famoso “Gamba di Ferro”), e si unisce alla Anr. Dopo qualche mese nacque il infatti il Gruppo Autonomo Aerosiluranti, intitolato a Buscaglia (che si credeva caduto in azione a Bougie, il 12 novembre 1942). Il tenente Bertuzzi è al comando di Carlo Faggioni, e ha l’onore di poter guidare una delle tre Squadriglie che formano il Gruppo (le altre due sono comandate dai capitani Chinca e Valerio). Il Gruppo giura fedeltà alla Repubblica Sociale il giorno 8 febbraio ’44, e riceve la Bandiera di Guerra (che era quella del 36° Stormo). Dopo numerose azioni e molte perdite, il Gruppo, con i ranghi nuovamente al completo, e il nuovo comandate capitano Marino Marini,  si preparò all’attacco alla Rada di Gibilterra. L’azione fu pianificata con molta cura. Il primo a raggiungere Gibilterra fu proprio Bertuzzi, seguito a breve da tutti gli altri. L’attacco fu rapido e ben otto siluri andarono a segno, mentre le difese costiere furono prese di sorpresa. Nessun danno fu causato alla formazione attaccante, e la missione fu un successo. Dopo la guerra, ovviamente Bertuzzi fu radiato dai ranghi della nuova Aeronautica Militare perché aveva militato nella Anr, ma riuscì a trovare lavoro nel 1949, presso l’Alitalia. Con la compagnia di bandiera volerà soprattutto in Sud America, ai comandi di un DC-6. A quanto pare, nel 1957 Bertuzzi conobbe Enrico Mattei, del quale divenne amico fedelissimo, pilota personale e comandante della flotta aziendale. Mattei stimava le doti aviatorie e umane di Bertuzzi, e rispondendo a qualche suo amico partigiano che gli chiedeva come mai si fidasse tanto di un repubblichino, lui rispondeva: “Con lui si vola sicuri, perché Dio non può avercela contemporaneamente con un fascista e un partigiano!”. Ma qualcun altro ce l’aveva sicuramente con loro, con loro che sognavano, anche se in modo diverso, un’Italia libera. Probabilmente chi ha fatto assassinare Mattei, Bertuzzi e il giornalista americano che si trovava a bordo, William McHale, che lo doveva intervistare, oggi è morto, ma almeno sappiamo che non fu colpa di Bertuzzi se l’aereo precipitò nella tempesta. Lui sapeva qual era la direzione giusta. Come Mattei.