Campi: «Un centrodestra malconcio è un problema per la democrazia»

La crisi del centrodestra, dopo il voto del Quirinale e la beffa di Renzi, è al centro dell’analisi di Alessandro Campi su Il Messaggero. Il politologo muove da una considerazione condivisibile. “Quello italiano – sottolinea – è un sistema istituzionale che, lungi dall’aver trovato una stabilità, rischia di configurarsi, nel prossimo futuro, in modo sempre più squilibrato e asimmetrico”. L’asimmetria più evidente è quella che esiste nell’impianto tecnico della nostra democrazia e si riassume “nel persistente contrasto tra la lettera che la ispira (a partire ovviamente dalla Costituzione) e le pratiche che la governano”. Formalmente , siamo un sistema parlamentare. Nella prassi, da almeno un ventennio,
la nostra democrazia poggia su un sistema maggioritario e leaderistico. Un sistema che trova forza e linfa proprio nel contatto diretto che i leader “intrattengono con i cittadini e dal consenso che ottengono nelle urne”. La legge elettorale, “che proprio Renzi vuole con tanta determinazione, ci porterà ad una forma di elezione diretta del capo del governo che fatalmente accentuerà questa divaricazione tra forma e sostanza”. In questo elemento risiede quella fibrillazione che permea tutto il sistema e che non si è stati sinora in grado di sanare passando ad un presidenzialismo vero e proprio. Esattamente quel che la destra, dal Msi in poi, ha sempre sostenuto. Della elezione diretta del capo dello Stato, Almirante ne fece un autentico cavallo di battaglia. Aver accantonato questa idea ha procurato non pochi guasti.

Una asimmetria costituzionale e una politica

A questa asimmetria di tipo costituzionale si aggiunge una asimmetria di tipo politico rappresentata dalla difficoltà del centrodestra a costruire una alternativa credibile ed efficace a Renzi. Nella analisi di Campi è tutta l’opposizione suscettibile di critiche. Ma la lama il politologo la affonda soprattutto nelle ferite del centrodestra. Mancanza di rinnovamento interno, di dibattiti nei luoghi deputati al confronto (a partire, ovviamente, dalle sedi congressuali), rifiuto di forme selettive della classe dirigente (primarie comprese), sono alcuni dei fattori che più hanno contribuito alla crisi. Anche se – e questa ci appare una riflessione su cui soffermarsi con attenzione se si vuole davvero costruire
l’alternativa alla sinistra di Renzi – è cambiata la base sociale di riferimento: in paricolare il profilo che essa presenta dal punto di vista antropologico-culturale. Il “depotenziamento” del senso dello Stato è stato un riflesso della semplificazione della politica e della democrazia, tale da sollecitare spinte anarchiche, in chiave populista e antipolitica. Il guaio è che un centrodestra malconcio “non è solo un problema per chi vorrebbe votarlo o un regalo a Renzi“. E’ “un problema per l’Italia e per il buon funzionamento del suo sistema politico”.