Violenza sulle donne, una giornata con tanta retorica e pochi fatti

Il termine “femminicidio” è ormai un termine entrato nell’uso comune. Sta ad indicare l’assassinio di donne, e, più ampiamente, la violenza occulta e palese di cui il sesso femminile è spesso vittima. Contempla, in una accezione ancor più larga, ogni forma di pressione, condizionamento psicologico collegato ad una malversazione costante dell’uomo nei confronti della donna. Tale da annientarne la personalità e ferirne la dignità. Come tale, è una violenza che non ha confini, supera le barriere dello spazio, penetra negli usi e costumi dei popoli, attecchisce in modelli culturali e religiosi pur diversi fra loro. E , in questo, assume un carattere universale. E’ proprio questo livello di “universalità” che, però, rischia di diventare spiazzante e fuorviante.

La celebrazione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne proclamata dall’ONU, serve, senza dubbio, a denunciare un fenomeno che, appunto, non conosce confini geografici e amministrativi, e che le statistiche ci dicono in costante crescita dappertutto; questo carattere di “universalità”, in un giorno dedicato al tema, aiuta a riflettere sui riflessi di un degrado civile di un mondo dove le disuguaglianze sono aumentate e i più deboli sono sempre più deboli e indifesi. Eppure, nel profluvio della parole che scandiscono il tenore della “celebrazione”, si annida il tarlo di una generalizzazione banalizzante, che mette a nudo la povertà dei mezzi con cui si cerca di contrastare un fenomeno così devastante per le donne, vittime di abusi, stupri, violenze di ogni genere.  Insomma, una data fissata in calendario vale se incide davvero sulle coscienze, se aiuta a modificare comportamenti, se recupera il valore della dignità della persona, a prescindere dal sesso, dalla razza, dalle opinioni politiche e dalla fede religiosa. Se, invece – e questo è il punto che più dovrebbe inquietare –  serve soltanto a metterci a posto l’anima, la coscienza, senza interrogarsi su quel che si è fatto di concreto e di sostanziale per prevenire e combattere il fenomeno, ecco qui che, con il volgere del tempo, quella data perderà di senso e di significato, si trasformerà in un ritualismo senza costrutto. Un rito inutile e, a lungo andare, persino fastidioso e controproducente. Se poi, femminicidio dovesse, per malaugurata ipotesi ( ma ci sono, purtroppo, già alcuni segnali in tal senso) fare rima con femminismo, allora ci sarebbe uno stravolgimento del problema.

In una lettera inviata alle donne della rete antiviolenza, Lucia Annibaldi (qui il videomessaggio), la giovane avvocatessa sfigurata con l’acido dal fidanzato, con grande lucidità ha scritto: “Tu sei mia può essere forse una frase sussurrata in un momento di intimità, non una realtà che autorizza un uomo a trattarvi come se foste un suo possesso“. “So bene per esperienza personale – continua il messaggio – che uscire dal buio in cui ti confina il ‘non amore’ è difficilissimo. Lo può essere per mille motivi, a cominciare dalla paura, ma anche perché non si è indipendenti economicamente, perché ci sono di mezzo i figli, perché si finisce col vivere in una condizione psicologica devastante. Lo so è una strada ripidissima e la salita sembra insuperabile. Ma credetemi non è così”. “Tutto si può superare se serve a ritrovarsi, a tornare ad essere se stesse, a essere libere, finalmente. Tutto si può superare se si ceglie di essere felici”. Ma per imboccare la via del ritorno alla vita, prima di tutto “serve un lavoro interno, su se stesse. E poi la fiducia verso il futuro e la vita stessa”.  Di qui l’appello al non lasciare sole le donne che subiscono violenze. Appunto: non lasciamole sole. Un monito che scava in ognuno di noi  più di mille parole celebrative.