Fukuyama “pentito”: la storia non è finita, e il capitalismo mostra segni di involuzione

Il politologo Francis Fukuyama ci ha ripensato: nel 1992 decretò la fine della storia a suo avviso fermatasi all’ombra del benessere conquistato nel XX secolo grazie ai sistemi liberalcapitalistici. Ora non è più così convinto che le cose siano andate in quella direzione e non tanto perché l’11 settembre del 2001 ha rimescolato le carte dello scacchiere globale prefigurando conflittualità ancora irrisolte, ma soprattutto per i segnali di cedimento strutturale di quel sistema, il capitalismo, che sembrava il migliore dei mondi possibili. Sembrava, ma non lo era. Perché la finanziarizzazione dell’economia ha reso superflui produzione e lavoro estromettendo l’uomo – le persone concrete – dai processi di sviluppo e costringendo i governi ad andare a intaccare quel sistema di protezione sociale (il welfare) che aveva consentito nel secolo scorso di garantire una decente qualità della vita anche a chi viveva di salari bassi. Ora il quadro non regge più e mentre gli economisti si arrovellano sulla via da seguire (il rigore per assecondare i mercati o la cura keynesiana?) rispunta Fukuyama con un saggio su Ordine politico e decadenza. Intervistato dal Corriere, il politologo ammette che l’ubriacataura del post-89, con la caduta del Muro, gli aveva falsato la prospettiva: in realtà il sistema liberaldemocratico registra un’involuzione, soprattutto negli Stati Uniti. La soluzione? Uno Stato solido, istituzioni democratiche, rispetto della legalità. Cioè “aria fritta”. In pratica l’autore de La fine della Storia si conferma il cantore dell’ovvio, testimone di processi di lunga durata sui cui approdi non è in grado di sbilanciarsi.

Resta, come dato positivo, il pentimento postumo su quella profezia, la fine della storia appunto, impossibile da realizzare finché ci saranno gli uomini e la concezione del tempo. In realtà l’errore di Fukuyama è stato quello di avere ancora una volta utilizzato il paradigma evolutivo per spiegare i processi della modernità laddove forse tutto il Novecento ma anche i tempi attuali possono essere al contrario spiegati attraverso il tema della “crisi” (purché assunta nell’accezione di metafora comunicativa, come spiegava il filosofo Thomas Kuhn). Tutto muta e tutto cambia rapidamente, è difficilissimo trovare la chiave per interpretare questa diluizione delle forme che un tempo avremmo immaginato solide e stabili e la storia, a dispetto dei profeti alla Fukuyama, riassume l’aspetto minimale ma veritiero che le diede il suo fondatore, Erodoto, secondo cui è possibile raccontare e tramandare ai posteri solo quello di cui siamo testimoni.