Renzi infierisce su D’Alema: quando parla lui io guadagno voti. E il governo pensa al Tfr in busta paga

Matteo Renzi sceglie il salotto di Ballarò per cantare vittoria dopo la direzione del Pd che ha indebolito la minoranza democratica: di fatto Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema sono stati abbandonati dai ”giovani turchi” di Matteo Orfini ma anche dai giovani che si raccolgono attorno al capogruppo dei deputati Roberto Speranza. Il segretario-premier adesso è più tranquillo sul cammino del Jobs Act in Senato. Il braccio di ferro con la vecchia guardia ha dimostrato che in realtà nessuno vuole la scissione; piuttosto si cerca una mediazione parlamentare dopo i ”passi avanti” riconosciuti anche da esponenti del Pd critici come Damiano e Gotor. Ma Renzi vuole il bottino pieno: di qui l’ironia su D’Alema (”ogni volta che parla, guadagno punti”) e sul ruolo dei sindacati (”dove erano mentre si cancellavano i diritti dei giovani?”), e la spinta per giungere in una settimana al voto del Senato prima della conferenza europea sul lavoro che si aprirà l’8 ottobre a Milano. Tuttavia la strada non è in discesa. Innanzitutto perché agli alfaniani non piacciono le concessioni di Renzi sul reintegro per motivi disciplinari: Maurizio Sacconi avverte che gli emendamenti devono essere concordati. E poi perché agli irriducibili basterebbero una decina di voti al Senato per far naufragare il governo o costringerlo a porre la fiducia. Nelle dichiarazioni dei vari gruppi c’è molto tatticismo. Forza Italia, per esempio, ha raffreddato i suoi iniziali entusiasmi e mette in dubbio il suo voto favorevole: secondo gli esponenti di primo piano del partito, Renzi avrebbe finito per cedere alla Camusso e a Damiano sull’art. 18, lasciando intatto il testo della riforma Fornero.

Poi ci sono le cifre economiche che raccontano un paese un affanno e certificano un deludente operato del governo:  gli ultimi dati Istat parlano del terzo trimestre di fila di recessione, di un’ occupazione giovanile in ulteriore aumento, di inflazione ormai prossima allo zero. In altre parole di deflazione allo stato puro. Questo è il motivo per cui il governo sta studiando la possibilità di mettere in busta paga una parte del Tfr (trattamento che, così com’è, esiste solo in Italia), utilizzando i soldi che la Bce dovrà immettere per sostenere gli investimenti. Uno sforzo senza precedenti per riavviare i consumi, con un grande interrogativo sullo sfondo: sono davvero queste le mosse giuste davanti ad una crisi globale le cui cause strutturali, come ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, non sono state ancora ben comprese?

“Sono sconcertanti – è il commento di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia – i dati sulla disoccupazione giovanile, che nel mese di agosto arriva al 44,2%, con 88mila occupanti in meno in un solo anno. Rivolgo l’ennesimo appello a Renzi, alla vigilia dell’approdo in Senato della legge delega sul lavoro: basta discussioni ideologiche sull’art. 18, basta polemiche sterili, faide interne al Pd e botta e risposta con le rappresentanze sindacali, schierate unicamente a difesa dei propri iscritti. Per rilanciare l’occupazione è necessario detassare il lavoro e mettere le aziende in condizione di assumere”.