Pansa racconta il suo nuovo libro “Eia Eia alalà”: la storia di un fascista deluso e del biennio rosso e violento

Esce oggi il nuovo libro di Giampaolo Pansa e si tratta, ancora una volta, di un titolo che affronta il fascismo. Non il suo crepuscolo drammatico, come nel best seller Il sangue dei vinti, ma i suoi inizi. Eia Eia alalà. Controstoria del fascismo (Rizzoli, pp. 378, euro 19,90) racconta le vicende e gli amori della camicia nera Edoardo Magni, un personaggio inventato da Pansa che simboleggia il fascista patriottico e in buona fede, il quale a poco a poco si rende conto degli errori commessi dal Duce, prima la rovinosa guerra e poi l’ignobile persecuzione degli Ebrei. L’entusiasmo di Magni spiega bene il consenso di cui godette il regime (“erano tutti fascisti – dice Pansa – e poi hanno fitta di essere stati tutti antifascisti”) e le ragioni per le quali questa adesione di massa si tramutò in dolorosa indifferenza, in inevitabile autocritica (nel caso del protagonista del libro, Edoardo, anche attraverso l’incontro con la giovane ebrea Marianna).

Pansa, ancora una volta lei scrive un libro sul fascismo. Con queste pagine quali pregiudizi intende sfatare?

Io non scrivo per sfatare pregiudizi in verità. Questo non era il mio intento neanche con Il sangue dei vinti, un libro per il quale ancora la gente mi ferma per strada e vuole stringermi la mano…

Fu un libro dirompente rispetto alle rimozioni della Repubblica nata dall’antifascismo…

Sì lo fu, ma anche in quel caso il mio intento era quello di scrivere cose che non sarebbero state scritte da altri. E’ stato un insegnamento del mio caporedattore: devi fare cose che gli altri non fanno. Ora, in questo nuovo libro, sono partito dall’analogia tra la situazione attuale e quella che portò al fascismo. Crisi economica, una casta di governanti che non merita alcuna fiducia, uno scontro tra ceti sociali di proporzioni preoccupanti. Un contesto che portò al biennio rosso e alle violenze commesse che generarono il fascismo: non a caso io scrivo che il rosso produsse il nero… Ebbene oggi c’è un contesto simile e la storia potrebbe ripetersi.

Stavolta lei non descrive le violenze dei partigiani ma la lenta rivisitazione critica del fascismo da parte di uno dei suoi adepti più generosi…

È così. E in questa rivisitazione il protagonista del mio libro è aiutato da un personaggio realmente esistito, Cesare Forni, squadrista dissidente, molto coraggioso, un gigante biondo che entrò in rotta di collisione con Mussolini perché si rese conto che il “cerchio magico” che attorniava il Duce era fatto di affaristi e mezze tacche.

A chi si rivolge con questo romanzo storico?

A tutti e anche alla sinistra. Perché se la sinistra non si rende conto degli errori che sta commettendo potrebbe essere complice della nascita di una nuova dittatura. Poi c’è il tema della memoria, non si può trattare il fascismo come una “parentesi” cattiva. È stato giustamente detto da Piero Gobetti che il fascismo è stato l’autobiografia della nazione.

Edoardo Magni, il protagonista, è un fascista convinto che diventa via via sempre più tiepido. Sempre più deluso. Se questo fu vero per tanti fascisti in buona fede  cosa avrebbero dovuto fare, queste persone, a guerra finita? Cercare di tramandare le buone ragioni di quell’idea – come fece il Msi – o ritirarsi dalla vita politica? 

Bè questa è una domanda impossibile… quello dei fascisti disillusi fu un dramma esistenziale profondissimo. Per questa domanda sono possibili solo risposte individuali. Uomini e donne che hanno vissuto quel percorso hanno poi seguito l’imperativo kantiano. Ma ciò che era loro dovere fare non era scritto fuori dalle loro coscienze.