Kissinger , la saggezza della politica con la “p” maiuscola

Forse è un caso o forse no che Henry Kissinger abbia anticipato i contenuti del suo nuovo libro sull’ordine mondiale proprio in uno dei momenti più drammatici della presidenza Obama. Perfidia di un vecchio protagonista della vita mondiale oppure istruzioni per l’uso  baneficio dei leader  del XXI secolo ormai inoltrato? Probabilmente tutte e due le cose. Ma rimane il fatto che, a scorrere la prosa kissingeriana, si rimane comunque colpiti dall’algido glamour della  politica che fu, quella che riuscì a mantenere  in equilibrio il mondo per decenni senza concedere nulla né ai buoni sentimenti né al cosmopolitismo umanitario. Una politica, quella di Kissinger e di Nixon, che badava al sodo e alla concreta stabilità delle regioni della Terra sotto l’influenza occidentale; e che, per tale motivo, riaffermava la validità del realismo conservatore come principio guida per gli Stati. La pace e la prosperità andavano realizzate nella loro effettività. Le pallide utopie servivano solo a realizzare gli interessi di poteri esterni alla politica. Quella politica (da Nixon a George Bush padre) non riceveva grandi applausi dai circoli intellettuali e dai columnist alla moda, ma funzionava.  Questa politica (da Bill Clinton a Barack, passando, sia chiaro, anche per George Bush figlio) si propone di rigenerare il mondo e di diffondere (anche militarmente) ideali edificanti, ma poi lascia il mondo stesso in condizioni peggiori di come lo ha trovato.

Al dunque, Kissinger liquida uno dei miti della politica americana degli ultimi due decenni: la possibilità di esportare i princìpi americani e occidentali sia nella forma dell’hard power (George W. Bush e  i neocon)  sia in quella del soft power (Clinton, Obama e gli ideologi liberal).  «L’attuazione di principi universali dovrà essere accompagnata dal riconoscimento della realtà di altre regioni, ognuna con la sua storia, la sua cultura e la necessità di tutelare la propria sicurezza». Detto più semplicemente, l’equilibrio mondiale è il risultato di una cooperazione globale e deve partire dalla garanzia della stabilità delle varie aree regionali. 

Lucio Caracciolo ha notato, nell’editoriale dell’ultimo numero di Limes, che l’attuale politica di Obama sta portando al riavvicinamento tra Russia e Cina, In tal modo – rileva sempre Caracciolo– si sta distruggendo il «capolavoro» di Nixon e di Kissinger, che riuscirono clamorosamente, con la famosa diplomazia del ping pong, a isolare la Russia di Brezenv aprendo alla Cina di Mao. Altri tempi, altri uomini. Ed è sicuramente confortante apprendere che un protagonista di quella stagione torna a dire la sua.