Immigrazione, si vola verso le 700mila domande di asilo. E l’Italia ne è travolta

Nella prima metà del 2014 il numero di persone in cerca di asilo, nei paesi industrializzati, è continuato a salire a tal punto che alla fine di quest’anno queste richieste rischiano di essere le più numerose degli ultimi venti anni. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Il rapporto sulle tendenze in materia di asilo – che si basa sui dati ricevuti da 44 governi in Europa, Nord America e alcuni parti della regione Asia-Pacifico – afferma infatti che sono 330.700 le persone che hanno chiesto asilo in questi Paesi tra l’inizio di gennaio e la fine di giugno, con un aumento del 24 per cento rispetto all’anno precedente, assestandosi su livelli leggermente superiori al secondo semestre dello scorso anno (quando le domande di asilo erano state 328.100). Considerato che generalmente nel secondo semestre dell’anno si assiste a un incremento nel numero di richieste asilo, il rapporto prevede che nel 2014 si potrebbe arrivare fino a 700.000 domande, il numero più elevato di richieste di asilo per i paesi industrializzati in 20 anni, un livello a cui non si assisteva dagli anni novanta ai tempi del conflitto nella ex Jugoslavia. Le guerre in Siria e in Iraq, nonché i conflitti e le condizioni di instabilità che caratterizzano, tra gli altri, paesi come l’Afghanistan e l’Eritrea, hanno fatto crescere in modo esponenziale il numero delle richieste di asilo. Nonostante il rapporto indichi un aumento netto complessivo di nuove domande, più di due terzi di queste sono state presentate in soli sei paesi: Germania, Stati Uniti, Francia, Svezia, Turchia e Italia. In Europa centrale, in particolare in Ungheria e in Polonia, così come in Australia, si è assistito a un calo del numero di persone che hanno chiesto di essere riconosciute come rifugiati. In Australia sono state presentate solo 4.600 domande (con un calo del 20 per cento rispetto all’anno precedente), mentre in Polonia il numero è sceso a 3.300 ( – 65 per cento) e in Ungheria a 4.800 (- 58 per cento).