Il “caso Piketty”, una specie di nuovo Marx cui non piacciono né il capitalismo, né la sinistra. E che fa arrabbiare i liberali

Il suo è un libro che sta facendo discutere, s’intitola Il Capitale nel XXI secolo e, dopo essere diventato un caso editoriale in Francia e un best seller negli Stati Uniti, è arrivato anche in Italia (per iniziativa della casa editrice Bompiani). L’autore, Thomas Piketty, elogiato da economisti come Krugman e Stiglitz, sta diventando un’icona degli anticapitalisti per le conclusioni cui giunge nel suo trattato: il sistema capitalista ha come fine quello di arricchire chi è già ricco e di impoverire sempre di più chi è già povero. Altro che libertà d’impresa come molla per l’ascesa sociale! Anzi, la concentrazione dei patrimoni nelle mani di pochi fa somigliare l’economia dei paesi occidentali a quella dell’Ottocento. Il dinamismo del libero mercato non favorisce il merito ma l’accumulazione di patrimoni nelle mani di pochi individui. Piketty ha raccolto una mole di dati e ne ha ricavato uno schema che a suo avviso supporterebbe la sua tesischema stupefacente: i patrimoni si sono sempre moltiplicati a un ritmo molto più rapido del Pil. Secondo lo studio, le rendite delle azioni, dei crediti o degli immobili, oscillano in media tra il 4,5 e il 5 per cento all’anno, mentre nel lungo periodo la crescita del Pil si aggira tra l’1 e l’1,5 per cento. Saranno le dinastie familiari, dunque, a monopolizzare – con la ricchezza – anche il potere. E la diffusione del sapere, al contrario di quanto si ritiene comunemente, non favorisce la parità sociale. Piketty propone, per porre rimedio a tutto ciò, un’imposta patrimoniale internazionale.  Un testo ambizioso, il suo, rifiutato da liberali come Oscar Giannino, per il quale “non è la diseguaglianza il problema numero uno italiano, né la patrimoniale la sua risposta. Qui la patrimoniale la dovrebbe pagare lo Stato, a partire dalla sua immensa manomorta immobiliare, che è incapace di mettere a reddito”. Ma Piketty, forte del successo del suo studio, si “impiccia” volentieri anche di politica e così, intervistato da Repubblica, si dice insoddisfatto dal linguaggio della sinistra europea (“sanno solo dire ‘basta con l’austerity’) e snocciola la sua ricetta per l’Europa: “I paesi dell’euro devono avere un parlamento che possa decidere in autonomia rispetto alle istituzioni dei 28 paesi dell’Ue. Abbiamo creato un mostro: non possiamo più avere una moneta unica senza una politica di bilancio comune”.  E così, proprio mentre si fanno largo in Europa i movimenti che reclamano più sovranità nazionale anche in ambito economico, Piketty propone un superstato europeo che dovrebbe rimettere il lavoro al centro della produzione, tenendo ai margini la finanza. Una bella idea, ma chi garantisce che la nuova politica di bilancio unitaria non sarà schiava del mercato?