Da “gufo” a “tartinaro”: la neolingua di Renzi può rivelarsi un boomerang

La neolingua immaginata da George Orwell nel celeberrimo romanzo 1984 è una forma di sospensione del pensiero in quanto tale, un modo per abbandonare le vecchie categorie mentali e assumerne di nuove. La neolingua di Matteo Renzi è invece una forma più o meno colorita di eclissi del pensiero politico, un modo più o meno scanzonato di congelare il dibattito attraverso un conformismo lessicale tendente a contagiare i soggetti della politica e a spegnere in partenza ogni volontà oppositiva. È un aspetto fondamentale dello stile renziano, che non deve essere  in alcun modo trascurato, perché in nessuno, come in Renzi, le parole copiose, veloci, ironiche e, a loro modo, immaginifiche tendono a sostituire il pensiero.

Ogni premier o leader bene attrezzato mediaticamente tende naturalmente a imporre espressioni che passano poi alla storia. Pensiamo soltanto al celeberrimo “mi consenta” di Berlusconi o alla “buona politica” di Veltroni. Altrettanto non potremmo dire, per la verità, né di Prodi né di D’Alema né di Monti, vista la loro sostanziale tetraggine e avversione per il mondo dei media. Nel caso di Renzi c’è però qualcosa di ossessivo e compulsivo e di fin troppo insistito, come se il colpo ad effetto fosse lo scopo prevalente della sua comunicazione politica. Alla lunga, questa abitudine rischia di rivelarsi un boomerang perché, oltre all’effetto stanchezza,  può generare insicurezza e un senso di angoscia. Ad esempio, quando, lunedì scorso alla Camera, il premier ha parlato di “ultima chance” per l’Italia nell’illustrare il programma dei “1000 giorni”, ha compiuto un passo falso: lì per lì, può  avere anche funzionato, però, analizzata a mente fredda, tale espressione può anche essere risultata intimidatoria.

Così anche il celebre “stai sereno” ha ormai mutato di significato. Dopo essere stato rivolto a Enrico Letta poco prima della sua defenestrazione da presidente del Consiglio, ha perso ormai la funzione di invito alla calma, per assumere, nell’uso corrente, il carattere di sottile minaccia o di palese derisione. E gli assidui frequentatori delle sale dei convegni? Non sono più “presenzialisti” (neologismo ironico ma non offensivo), ma “professionisti della tartina” (ben più derisorio, perché indica la propensione a “scroccare” le delizie del buffet). Vale la pena in proposito ricordare che diversi siti si sono subito scatenati nella descrizione della tipologia del “tartinaro” , con tanto di intervista al fotoreporter di Dagospia. Triste sorte anche per i dissidenti, che nell’era renziana sono diventati “gufi” . Tutto sommato, essere chiamati gufi  è meglio che finire nei gulag, ma in Italia è sempre spiacevole essere indicati come uccelli del malaugurio. Alla fine dell’esperienza di Renzi al governo, potremmo ritrovarci con gli stessi problemi di prima (anzi peggiorati) e con il danno permanente di una seria  involuzione lessicale. Se questo è gufare…