Brancati, il fascista “pentito” che poi fu censurato dagli antifascisti per una commedia sui gay

«A vent’anni ero fascista fino alla cima dei capelli, e non trovo nessuna attenuante per questo», ammise subito dopo la guerra Vitaliano Brancati, il grande scrittore siciliano – era nato a Pachino nel 1907 -. Di più, era dannunziano e fascista, come del resto quasi tutti quelli della sua generazione. Dal fascismo aveva cominciato ad allontanarsi nel 1935, facendo comunella con la cosiddetta “fronda” alla politica culturale di Mussolini. Ed era in ottima compagnia: quella di Leo Longanesi, ad esempio, che però di sinistra non fu mai. Sono esattamente sessant’anni che Brancati ci ha lasciato, morto giovane, a soli 47 anni, per i postumi di un’operazione teoricamente semplice, un’asportazione di cisti. Ma ci ha lasciato tantissimo, anche se oggi si parla di lui come di scrittore dimenticato. Forse perché di romanzi e saggi non ne ha scritti poi tantissimi (racconti sì, tanti), preferendo dedicarsi alla sceneggiatura di film. Se citiamo “Il bell’Antonio” o “Paolo il caldo”, ecco che Brancati è conosciuto da tutti. E questi sono i film tratti dai suoi racconti, ma Brancati ha scritto le sceneggiature di altre opere di grandissimo successo, lavorando con registi famosi, più spesso con Luigi Zampa, ma anche con Roberto Rossellini, Mario Monicelli, Alessandro Blasetti, Steno e altri. Il ventennio fascista influenzò praticamente tutti gli intellettuali che lo attraversarono, e per Brancati non fu diverso: le speranze, l’entusiasmo, l’azione, ma poi anche le aspettative deluse, l’amarezza. Solo che Bancati, a differenza di molti suoi colleghi che corsero disinvoltamente in soccorso del vincitore, già nel 1946 scrisse “I fascisti invecchiano”, in cui affrontò e analizzò quello che gli era successo, il perché si era allontanato dal regime, pur avendo collaborato addirittura con Telesio Interlandi sulle pagine di Il Tevere, rivista culturale tra le più “di punta” dell’epoca. Senza le adesioni conformistiche che contraddistinsero molti neo comunisti, Brancati ha un percorso molto più lucido: già dopo aver conosciuto Moravia e Alvaro, negli anni Trenta torna in Sicilia dedicandosi all’insegnamento, pur continuando a collaborare con Omnuibus, di Longanesi, fino alla soppressione della rivista da parte del regime nel 1939. Eppure non fu il fascismo il peggior nemico di Brancati: dopo che lo scrittore siciliano aveva in qualche modo cambiato la “sicilianità” rispetto ad esempio a Verga e Pirandello, si era occupato dell’erotismo, dell’omosessualità, dei tormenti degli esseri umani, condendo tutto con la sua grande ironia, questa sì mutuata dall’isola. Così, in piena democrazia e libertà, nel 1952, Brancati si vede censurare la sua commedia “La governante”, che parlava di omosessualità e proprio per questo gli antifascisti non vollero che fosse rappresentata. La pubblicò in un volume insieme con uno scritto contro la censura. La commedia sarà rappresentata solo 13 anni dopo… Sempre nel 1952 Brancati annuncia all’editore Bompiani la sua intenzione di compiere un grande affresco della Sicilia, una triologia, che avrà il titolo complessivo di “I Siciliani”, ma la sua morte prematura ci ha lasciato solo “Paolo il caldo”, per giunta incompleto. Brancato, con la capacità di analisi tipica dei grandi scrittori meridionali, investigò, curiosò, radiografò tutti gli aspetti non tanto della politica, quanto della società e dell’enimo umano, che ne fa in definitiva un grande alfiere della libertà vista come il rifiuto di ogni chiesa e di ogni pregiudizio ideologico. Per questo, forse, è stato un po’ “dimenticato”…