I gesti del femminismo furono meno rivoluzionari del tubino di Coco Chanel

Un gesto rivoluzionario da celebrare o un messaggio fallimentare? Parliamo del rombo formato dall’unione dei pollici e dell’indice, fatto con le mani levate in alto dalle femministe che iconizzavano la vagina, e lanciavano al sesso maschile e oppressore una sfida che era non solo trasgressione delle regole ma anche rinuncia ai pudori borghesi. Un libro fotografico oggi rievoca la straordinarietà di quel linguaggio (Il gesto femminista, a cura di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna, Derive approdi). Repubblica lo celebra in prima pagina: “Quel gesto delle femministe che sconvolse anche i maschi”. Un gesto che era un’estetica e una filosofia di vita. Quel buco formato da mani femminili, secondo Simonetta Fiori, era “il varco di libertà attraverso cui passò una rivoluzione”.

È il caso di domandarsi se tanto lirismo rievocativo sia o meno giustificato. A sinistra – ma anche a destra – si tende a confondere la rievocazione con la celebrazione, inglobando tutto il passato in una narrazione “epica” che dilata i significati di ideologie ormai superate senza l’azzardo di un’autocritica necessaria. Se gli anni Novanta sono stati quelli del buonismo liquidatorio (Veltroni mai stato comunista, Fini e la sua svolta postfascista…) questi anni sono quelli di una nostalgia a tutto tondo verso spezzoni di un passato che forse non andrebbe affatto rimpianto. Prendiamo il “gesto della vagina”: molte donne, molti uomini, lo trovarono e lo trovano semplicemente volgare, per nulla iconico e meno rivoluzionario del tubino di Coco Chanel. Ma andando più a fondo va considerato che quel gesto racchiudeva in sé tutti i significati incapacitanti del femminismo. Una certa sudditanza verso la sessualità femminile, vissuta come fattore speculativo e non naturale; una vocazione anomala alla solitudine che tagliava fuori i “maschi” e spingeva al conflitto non in nome di diritti ma in nome di un’intollerante autodeterminazione. Autodeterminazione che era solo una faccia della medaglia dorata della liberazione: l’altra è costituita dalla solitudine, dalla riduzione dell’individuo – di ogni individuo, al di là del genere – a puro e fragile oggetto di leggi di mercato che passano sopra a ogni cosa. Non a caso Camille Paglia legava provocatoriamente l’aumento di casi di violenza sulle donne alla mancanza di una rete di tutoraggio maschile che veniva prima esercitata dai parenti verso mogli, sorelle, cognate, cugine e fidanzate…

Ora, tornare indietro sul piano dei diritti sarebbe ingiusto, antistorico e anacronistico ma evitare la celebrazione del “peggio” del movimento femminista (soffermarsi sul “meglio” aiuterebbe una comprensione condivisa di un fenomeno che fu tutto sommato elitario e incompreso dalla gran parte delle donne italiane) è un dovere di chi si esercita nel difficile recupero della memoria. Un dovere estetico, ma soprattutto politico.