Il Dalai Lama in Italia: non ho alcuna fiducia sulle “aperture” del governo comunista cinese

Il XIV Dalai Lama è arrivato in Italia per una serie di incontri religiosi e non che si concluderanno domenica con una cerimonia e una conferenza pubblica presso il Modigliani Forum di Livorno.  Il premio Nobel per la Pace – era il 1989 – e leader spirituale di milioni di buddhisti nel mondo, uno dei grandi della Terra, si presenta nella sala stampa presso l’istituto Lama Tzong Khapa a Pomaia in provincia di Pids in un clima torrido. «Lasciando l’India, dove vivo ormai da oltre 50 anni, mi sono detto», esordisce con il solito sorriso, «che bello, finalmente in Italia potrò godere del fresco delle colline toscane, e invece ho trovato lo stesso clima di Dharamsala». Il Dalai Lama è all’Itlk per la quinta volta. Si dice molto contento dei progressi dell’Istituto e del suo sviluppo. Quello di Pomaia è in effetti il centro più importante d’Italia, ed uno dei più importanti d’Europa, per lo studio, la preservazione e l’approfondimento della cultura e del buddhismo tibetano di lignaggio mahayana. Molti i monaci di tutto il mondo che vi risiedono, molteplici i corsi a vari livelli che vi si tengono tutto l’anno. Prima di lasciare spazio alla stampa e alle domande, Tenzin Gyatso, che il prossimo 6 luglio compirà 79 anni, ci tiene a presentarsi innanzitutto come un essere umano, uno dei sette miliardi che abitano questo pianeta, con i quali condivide l’aspirazione che dovrebbe essere universale di pace, amore e felicità. Al di là di ogni credo religioso. 

«Sono poi un buddhista che però ha contatti e rispetta tutte le religioni il cui fine ultimo è ancora una volta pace e felicità. Vivendo in India ho davanti a me ogni giorno l’esempio concreto di una grande nazione dove da oltre 1.000 anni tutte le religioni convivono in pace. L’armonia religiosa è possibile e da sempre mi impegno a promuoverla. Infine – aggiunge – sono un tibetano e, anche se dal 2011 ho lasciato con gioia ogni incarico politico, mi impegno a trasmettere la pratica e la profonda conoscenza del buddhismo tibetano e la cultura del Tibet di pace e non violenza. Il Tibet e la sua popolazione, occupato violentemente dalla Cina comunista di Mao nel 1959, subiscono da ormai 55 anni un vero e proprio genocidio culturale sotto gli occhi di un mondo inerme di fronte allo strapotere economico dell’invasore. Basti pensare che dalle rivolte del 2009 ben 137 tibetani tra i 20 ed i 25 anni si sono autoimmolati per protesta senza suscitare particolare attenzione nei media. “Se si fossero fatti esplodere come kamikaze – afferma Nyima Dhondup, presidente della Comunità Tibetana in Italia – avrebbero avuto ben altra eco”. Invece nessun cinese è stato ucciso dai tibetani. Non è nella nostra indole e mai ci ribelleremo all’occupazione con la violenza e seminando morte. Noi pratichiamo con assoluta fermezza la non violenza». 

Solo nel 2014 sono arrivati in Italia 24 esuli politici tibetani. Sono ragazzi giovani e disperati. Sanno che rischiano di essere uccisi, sanno che non rivedranno più le loro famiglie, che non avranno più contatti con la loro terra. Per di più per scappare attraverso l’Himalaya pagano fior di quattrini ai trafficanti d’uomini. Gli “scafisti” delle montagne. Tutti cinesi. Il Dalai Lama non ha grande fiducia nel governo cinese e su eventuali aperture per un suo ritorno nella terra natìa. «Sono molto rigidi, da anni parlo di autonomia e loro dicono che sono un terrorista indipendentista – afferma – Temo che la parte del loro cervello, dove risiede il senso comune, non funzioni sempre alla perfezione. Però ho grande fiducia nel popolo cinese che con 400 milioni di praticanti è il più grande popolo buddhista del mondo. Forse loro, con il tempo, praticando pace, amore e tolleranza potranno un giorno cambiare le cose. E grande è la mia fiducia nei giovani. Solo chi è nato nel 21° secolo può avere la mente più aperta per capire che i problemi del mondo sono spesso globali e può contribuire con una nuova etica secolare a migliorarlo». 

Non manca un commento sulla situazione politica italiana e la corruzione che ci circonda. Una risposta quasi grillina se vogliamo ad una domanda precisa. «La corruzione esiste dappertutto, non solo in Italia. Si può cambiare e si può migliorare – sostiene il Dalai Lama – anzi si deve. Ma le persone dovrebbero essere più attente, controllare, partecipare e non darla per scontata. La gente si dovrebbe indignare di fronte a certi scandali. E poi, ancora una volta voi media avete un ruolo chiave: dovete fare rumore, denunciare con forza gli scandali, metterli a nudo». Da qui un appello ai giornalisti, quasi una lezione. «Dovete cercare di investigare e conoscere la verità per trasmettere alle persone il Vero. Dovete avere una proboscide come gli elefanti per annusare le persone che avete di fronte, me compreso, davanti – dove c’è l’apparenza migliore – ma anche dietro, dove alle volte si nasconde lo sporco. Avete un compito importante, non siate di parte ma trasmette alle persone la verità». 

La cultura tibetana crede nella reincarnazione ed un Lama “illuminato” – il Dalai Lama è considerato un Buddha vivente – sceglie dove, come e quando reincarnarsi. Il problema è diventato politico visto che la Cina potrebbe “appropriarsi” del futuro Dalai Lama crescendolo come un burattino al suo servizio. E’ già successo con il Panchen Lama, la seconda autorità spirituale del Tibet: quello riconosciuto dai tibetani è stato fatto sparire nel 1995 a soli sei anni di età e sostituito con uno scelto dal Partito Comunista, il figlio di alcuni funzionari del regime. Il Panchen Lama è considerato il più giovane prigioniero politico al mondo. «Non so se ci sarà un XV Dalai Lama – annuncia Tenzin Gyatso – il buddhismo ne può fare benissimo a meno. Ho però un presentimento: se ci sarà, per il governo cinese sarà un enorme grattacapo», conclude con una fragorosa risata. Infine una battuta sui Mondiali di calcio. «Francamente non ho nessun interesse per il pallone – afferma – il mio interesse è per il gioco delle emozioni interiori: quelle positive e quelle negative che combattono tra loro».