Congo, mezzo secolo di guerre: ora il ricco Katanga vuole di nuovo la secessione

Ciombè, Lumumba, Kasavubu, Elisabethville… chi se li ricorda più questi nomi, che si riferiscono a fatti tragici avvenuti oltre mezzo secolo fa, ossia nei primi anni Sessanta? Quasi nessuno, ma se si cita un altro episodio, collegato a quei fatti, l’eccidio dei tredici aviatori italiani avvenuto a Kindu l’11 novembre del 1961, ecco che la memoria di risveglia. I nostri soldati,come si ricorderà furono scambiati dai ferocissimi simba, i guerriglieri comunisti di Lumumba, per mercenari sudafricani, e assassinati davanti agli impotenti caschi blu malesi, che fuggirono. Da allora il popoloso Stato africano, che molti ricorderanno col nome di Congo Belga, non ha praticamente conosciuto un periodo di pace e di tranquillità. E sì che potrebbe essere il Paese più prospero del mondo, con risorse idrogeologiche inimmaginabili e un ambiente che ne farebbero il paradisi dei naturalisti e dei turisti. Ma così non è andata, e oggi spirano nuovi venti di secessione sulla provincia congolese del Katanga, la più ricca del Congo, dove la milizia Bakata ha annunciato, per luglio, la dichiarazione ufficiale di indipendenza. «Saremo a Lumumbashi (l’ex Elisabethville, capitale del Katanga separatista di Ciombè, ndr) il prossimo 11 luglio per proclamare la nostra indipendenza dal resto del Paese», ha infatti dichiarato un esponente della milizia, spiegando che la secessione sarà senza ulteriore spargimento di sangue, né di «fratelli congolesi né di stranieri». Un’affermazione che cozza con i forti timori espressi sulla situazione in Katanga da parte della missione delle Nazioni Unite, la Monusco, che ha ripetutamente lanciato l’allarme sulla situazione della sicurezza nella provincia soprattutto per le profonde divisioni che si stanno manifestando in seno alla più forte milizia armata, quella Mayi Mayi Bakata-Katanga, all’interno della quale si segnalano forti attriti sulla strada migliore e più efficace da seguire per affrancarsi da Kinshasa. Una situazione che potrebbe diventare esplosiva, dal momento che la posta in palio è altissima perché, al di là dei discorsi su retaggi culturali e di tradizione, il Katanga resta la “cassaforte” mineraria del Congo, ricchissima com’è di giacimenti giganteschi, tra gli altri, di radio, uranio e diamanti, attualmente sfruttatida compagnie minerarie straniere, in particolare statunitensi. È quindi la storia che ritorna per questa turbolenta porzione del Congo, estesa quasi mezzo milione di chilometri quadrati, che da sempre scatena appetiti per le sue ricchezze che fanno gola ovunque. Oggi così come cinquant’anni fa, quando il Katanga per una breve stagione fu uno Stato indipendente, sebbene senza riconoscimento ufficiale, quando il grande uomo politico africano Moise Tshombe (Ciombè, nella grafia scelta per l’italiano) né sancì il distacco dal resto della Repubblica democratica del Congo. Una scelta sostenuta da alcuni Paesi stranieri, per i quali le ricchezze della regione erano una irresistibile calamita. Come ad esempio il Belgio che aveva colonizzato il Congo, e che cercava di mantenerne il controllo anche dopo la concessione dell’indipendenza, indiendenza affrettata dall’Unione Sovietica e per la quale il Congo non era affatto pronto, come poi si è visto. La secessione del Katanga fu, pur nella marginalità dello scenario politico-geografico, una dramma che coinvolse l’opinione pubblica mondiale, sotto shock per l’uccisione del giovane primo ministro, il progressista Patrice Lumumba, per mano dei miliziani di Tshombe, per la fine del segretario generale dell’Onu, Dag Hammarskjold, morto in un misterioso incidente aereo in Zambia, mentre stava per partecipare a un round di colloqui, ma soprattutto per l’indiscriminato massacro dei coloni europei da parte dei simba, massacro limitato solo dai mercenari belgi che arrivarono prima delle truppe delle Nazioni Unite. Quale possa essere l’esito dell’ennesimo tentativo di fare del Katanga uno Stato sovrano è difficile dirlo, anche perché il governo centrale è alle prese con molti focolai di rivolta, spesso segnati da confuse connotazioni ideologiche, che stenta a domare, tacendo delle tensioni al confine con il Ruanda, di recente esplose in cannoneggiamenti tra le truppe attestate alle frontiere. Ai confini del Paese vi sono inoltre diversi campi profughi infernali, dove migliaia di civili soffrono la fame e le malattie, aiutati come possibile dalle organizzazioni umanitarie internazionali.