Save the Children: è la Finlandia il paradiso in terra per madri e figli. E il sud del mondo il loro inferno

Piove sul bagnato: e quando si tratta di sud del mondo, è quasi sempre un’alluvione. E allora, Save the Children torna a ribadirlo attraverso l’inconfutabilità della matematica tradotta in termini percentuali: è sempre un Paese nordeuropeo quello dove madri e figli vivono meglio, ed è sempre un Paese africano quello in cui le loro condizioni di vita sono le peggiori al mondo. E nel contesto di questa ideale classifica di vivibilità e welfare, l’Italia scala ben sei gradini, ufficializzando un deciso miglioramento delle sue performance socio-demografiche. È quanto emerge dal 15° Rapporto di Save the Children sullo stato delle madri nel mondo, realizzato per analizzare le condizioni di mamme e bambini in 178 Paesi. Sul podio, naturalmente, Finlandia, Norvegia e Svezia, che si aggiudicano il palmares dei Paesi in cui lo stato di salute delle donne, il loro livello di istruzione, le condizioni economiche, politiche e sociali garantiscono il benessere a mamme e figli. Seguiti da Islanda, Paesi Bassi, Danimarca, Spagna, Germania, Australia e Belgio. Di contro, sono tutte le zone che appartengono all’area dell’Africa sub-sahariana quelle che detengono i meno ambìti primati negativi, collocandosi in fondo alla classifica, con la Somalia a fare da fanalino di coda, preceduta solo dalla Repubblica Democratica del Congo e, a pari merito, da Niger e Mali, che riscuotono punteggi decisamente scarsi per ognuno dei 5 indicatori su cui si è basato il Rapporto: salute materna e rischio di morte per parto, benessere dei bambini e tasso di mortalità entro i 5 anni, grado di istruzione, condizioni economiche e Pil procapite, partecipazione politica delle donne al governo.
E non è tutto: i rapporti più disarmanti emergono dai confronti tra i Paesi che svettano ai primi posti della graduatoria e gli ultimi della lista: proporzioni decisamente stridenti se si esaminano in particolare i singoli indicatori. E allora, se in Svezia una donna su 14.100 rischia di perdere la vita per cause legate alla gravidanza o al parto, in Ciad accade ad una mamma su 15. E mentre è altamente probabile che un bambino su 5 in Sierra Leone possa morire prima di aver compiuto 5 anni, in Islanda questa è un’ipotesi percorribile giusto per un bimbo su 435. Non solo: parlando di condizioni di vivibilità e sopravvivenza, il report dell’associazione non poteva non affrontare l’impatto delle crisi umanitarie sul benessere e le prospettive di vita delle madri e dei loro bambini. Anche in questo caso, allora, si evince che, durante le emergenze – che possono essere conflitti come calamità naturali – le difficoltà che affliggono alcuni Paesi vanno ad innestarsi su una situazione già gravemente provata, deteriorandola ulteriormente: non stupisce allora che i paesi che versano in una situazione emergenziale, siano esacerbati anche da una pesante differenziazione economica e di genere.
In concreto: i Paesi che si posizionano in fondo alla classifica sono quelli che stanno vivendo o hanno di recente vissuto una grave crisi umanitaria, una guerra, o uno stato di ingente necessità, che determina conseguentemente anche problemi di accesso alle cure sanitarie. Per non parlare della loro qualità specifica. E allora, stando alle cifre dell’indagine proposta da Save the Children, sono ben 250 milioni i bambini under 5 che vivono in Paesi in guerra, nei quali si concentra il 56% di tutte le morti materne e infantili. E accanto ai conflitti ci sono le catastrofi naturali, il 95% delle quali colpisce i paesi in via di sviluppo. Realtà perennemente in cammino che, tra ostacoli bellici, difficoltà ambientali e catastrofi naturali, vedono il traguardo di vivibilità e normalità allontanarsi ogni giorno di più.