Commozione di Obama e Giuliani all’inaugurazione del museo di Ground Zero dedicato alle vittime dell’11 settembre

«Un luogo di pace e di riconciliazione»: questo per il presidente americano, Barack Obama, deve diventare il museo dedicato alla tragedia dell’11 settembre 2001. Obama, che ha parlato nel corso della cerimonia inaugurale del memorial, ha aggiunto: «Coloro che sono morti quel tragico giorno vivono in noi, nelle loro famiglie, negli amici e nel ricordo di tutta la nazione», ha detto visibilmente commosso, ricordando le vittime dell’11 settembre 2001 e in particolare quelli che morirono dopo aver salvato decine persone. Alla cerimonia di inaugurazione del museo di Ground Zero erano presenti, tra gli altri, Bill e Hillary Clinton, il sindaco di New York Bill de Blasio, gli ex sindaci Rudolph Giuliani e Michael Bloomberg, il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo. «Ricordare e riflettere, questo il vero spirito dell’11 settembre: amore, compassione, sacrificio», ha aggiunto Obama. Uno dei momenti più toccanti della cerimonia inaugurale del museo è stato l’intervento dell’ex sindaco Rudolph Giuliani, che in quelle tragiche ore fu ribattezzato dalla stampa “il sindaco d’America”. Giuliani, riuscendo a stento a parlare, ha ricordato alcuni dei momenti di quella terribile giornata e del lavoro incredibile dei soccorritori. Emozionante anche il breve discorso dell’attuale sindaco della Grande Mela, Bill de Blasio: «Un telefono, una scarpa, una carta d’identità… Ogni oggetto in questo museo è un pezzo di storia, una vita». Insomma, il memorial è «un parco a tema delle lacrime», come lo ha definito il New York Times, una discesa nell’inferno delle Torri: dodici anni dopo gli attentati di al Qaeda, dopo anni di lutto, di ritardi e di polemiche, di problemi finanziari e l’inondazione dell’uragano Sandy, Obama e un piccolo gruppo di famiglie, soccorritori e sopravvissuti hanno tagliato ufficialmente il nastro del 9/11 Memorial Museum, l’ultimo tassello degli sforzi di New York per ricordare il giorno più terribile della sua storia. In parte monumento, in parte museo, in parte cimitero in cui resti umani ancora senza nome entrano ed escono per le prove del Dna. È un esperimento inedito quello che lo studio di architettura norvegese Snohetta ha compiuto per portare i visitatori fino alla roccia vergine di Ground Zero, 20 metri sotto la superficie. Una scheggia di vetro e acciaio che sembra precipitata dall’alto delle Twin Towers colpite, il museo dell’11 settembre si insinua tra le due fontane quadrate del Memoriale che occupano l’impronta dei grattacieli gemelli. Si scende per sette piani, oltrepassati i propilei delle due colonne a tridente della facciata originale del World Trade Center, un tempo rivestite di alluminio, ora carbonizzate e arrugginite: nel buio, lungo una rampa che evoca quella costruita dai soccorritori nella grande ferita di Lower Manhattan per rimuovere le macerie. È una processione, quasi un pellegrinaggio, tra i volti proiettati sulle pareti dei tanti “missing” che tappezzarono la città per settimane: sono questi fantasmi, le storie delle loro famiglie, che accompagnano al museo vero e proprio con i cimeli di quel tragico giorno, quando, alle 8:46 del mattino, il volo American Airlines 11 si schiantò contro la Torre Nord e cominciò l’inferno. L’installazione, aperta al pubblico a partire dal 21 maggio, è opera di un team guidato dal direttore Alice Greenwald, che viene dal Museo dell’Olocausto di Washington: un altro tributo agli orrori dell’umanità e anche quello una discesa verso l’apocalisse. Include registrazioni delle ultime telefonate, foto di pompieri votati alla morte, i jeans coperti di polvere delle Torri, un bigliettino macchiato di sangue con un sos dall’84° piano, e poi i piccoli oggetti che evocano vite perdute e famiglie distrutte: ordinari e intimi, consacrati alla storia dentro una vetrina di plexiglas. Una saletta a parte permette di vedere scene mai viste sulle tv americane: le foto degli inquilini delle Torri che si sono buttati nel vuoto. In un’ala adiacente e separata sono stati trasferiti qualche giorno fa quasi ottomila frammenti di resti umani non identificati, anche se non tutte le famiglie erano d’accordo.