Quel che la fiction con Garko non può raccontare su Rodolfo Valentino…

La fiction su Canale 5 con Gabriel Garko protagonista (Rodolfo Valentino la leggenda, in onda mercoledì 16 e giovedì 17 aprile) riaccende i riflettori su un gigante della storia del cinema frettolosamente archiviato dietro qualche stereotipo e molte macchiette. Al di là della riuscita del film tv firmato dalla coppia Tarallo-Losito, (la stessa di L’onore e il rispetto e Il peccato e la vergogna) la biografia di Valentino è una storia di riscatto per l’Italia dei primi del Novecento. Rodolfo Pietro Guglielmi, nato il 6 maggio 1895 a Castellaneta (Taranto),  fu prima di tutto un emigrante, come tutti coloro che, in quell’epoca, cercavano di trovare in altri paesi e comunità, una fonte di lavoro. Rappresentò per intere generazioni di emigrati italiani, un simbolo di fede nel successo, nel sogno americano, un modello che aiutava a sopportare i disagi materiali e la nostalgia per la propria terra. Rodolfo compie i primi passi da emigrante a soli 15 anni in Francia dove frequenta l’ambiente del ballo e lo chansonnier Claude Rambeau. Dopo tre anni, a fine 1913, la voglia di arrivare lo spinge molto più lontano, fino a New York. Nella Grande Mela rimane quattro anni dividendosi fra vari lavoretti come il giardiniere o il ballerino di tango. Nel 1917 si sposta a Hollywood. Qui debutta al cinema come comparsa danzante in Alimonia (1917) e poi in alcuni ruoli più consistenti, tutti nel ruolo di cattivo. Dopo il primo matrimonio con Jane Acker, nel 1919, durato appena sei ore, arriva per Valentino l’incontro determinante con June Mathis, capo sceneggiatrice alla Metro. È lei che crea per Rudy il ruolo del seduttore latino Julio nei Quattro cavalieri dell’Apocalisse ma anche il torero implacabile di Sangue e arena e lo studente innamorato in La signora delle camelie. I più grandi successi del cinema muto hollywoodiano lo vedono protagonista: da Lo sceicco a Sangue e arena, da Aquila nera a Il figlio dello sceicco. Nonostante i due matrimoni con Jean Acker e con Natasa Rambova, sulle sue inclinazioni sessuali è fiorita negli anni una ricca letteratura postuma che lo vuole come gay costretto a fingersi interessato all’altro sesso per esigenze di carriera.

La morte arriva il 23 agosto 1926. Una peritonite fulminante lo porta via a 31 anni quando è all’apice del successo. Una morte repentina che lo consegna alla leggenda. Il giorno dei suoi funerali a New York si registrano scene di isteria collettiva. Lo scrittore americano John Dos Passos descrisse così la scena per i suoi lettori: «Mentre egli giaceva solennemente in una bara coperto di un drappo d’oro, decine di migliaia di uomini, di donne e di bambini gremivano le vie all’esterno. A centinaia vi furono calpestati, ebbero i piedi schiacciati dai cavalli della polizia. Nella pioggia e nel sudore i poliziotti persero la testa. Masse pigiate si gettarono sotto gli sfollagente e gli zoccoli levati dei cavalli. La cappella funeraria venne denudata, uomini e donne lottarono per un fiore, un brano di tappezzeria, un frammento del vetro rotto della finestra. Si sfondarono vetrine. Macchine ferme vennero rovesciate e frantumate». Un’isteria collettiva che non vide indenni gli spettatori del resto del mondo: tre donne si suicidarono alla notizia delle sua scomparsa. Una leggenda alimentata, ogni anno per molti anni, il 23 agosto, quando una misteriosa dama tutta vestita di nero andava a deporre un mazzo di rose rosse sulla sua tomba. Nessuno è mai riuscito a capire chi fosse.