Vogliono “beatificare” Berlinguer. E allora è il caso di ricordare che…

Sono cominciate con un certo anticipo le celebrazioni della figura di Enrico Berlinguer a trent’anni dalla morte, avvenuta l’11 giugno del 1984. Eugenio Scalfari ha anticipato tutti paragonando, in un editoriale uscito domenica 16 marzo su la Repubblica, il leader del Pci a Papa Francesco. Inaudito, ma è proprio così. Da quando il fondatore de la Repubblica è stato gratificato dall’attenzione del Pontefice, vede ormai santi dappertutto. Interessante è invece la perfida (e indiretta) replica che Emanuele Macaluso ha rivolto a Scalfari, il giorno dopo, in una intervista di Aldo Cazzullo pubblicata dal Corriere della Sera: «Berlinguer fu scelto proprio perché era il più togliattiano di tutti noi! Il suo prestigio veniva anche dal  fatto che era stato Togliatti a indicarlo per il futuro del partito». «La sua politica – aggiunge Macaluso – è tutta dentro il togliattismo: l’incontro con i cattolici, il compromesso storico, la solidarietà nazionale». È il caso di ricordare che l’anziano dirigente del vecchio Pci è molto amico di Napolitano, il quale, a sua volta, non era molto amico di Berlinguer. Questo giudizio critico ,  da sinistra, di “Re Enrico” è destinato pertanto a rimanere molto probabilmente isolato. Per il resto è plausibile attendersi nei prossimi mesi una sorta di processo di “beatificazione” . Con questo, sia chiaro, non intendiamo minimamente sminuire la figura del leader comunista, né misconoscere il ruolo da lui svolto nella storia politica italiana. Aggiungiamo anche che la figura di Berlinguer (come anche quella di Almirante) non va vista in un’ottica di parte ma in un’ottica nazionale. E vale la pena in tal senso ricordare lo straordinario atto di pacificazione compiuto proprio da Almirante quando si recò a rendere omaggio alla salma del segretario del Pci da poco scomparso.

Detto questo, è opportuno rivedere alcuni luoghi comuni che resistono al passaggio dei decenni. A partire dal  famoso “strappo” compiuto dal leader dei comunisti italiani nei confronti di Mosca. Certo, Berlinguer pronunciò parole grandi e forti, come quando (in una intervista a Scalfari nel 1981) proclamò che «la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre» s’era «esaurita». Ma ad una  analisi obiettiva non sfugge il fatto che, allo “strappo” ideologico, non seguì uno strappo geostrategico e geopolitico, che era poi la cosa  che Mosca avrebbe sicuramente temuto di più. È il caso di ricordare che in quei primi anni Ottanta la discussione internazionale era egemonizzata dalla questione degli euromissili, cioè degli ordigni nucleari, gli SS-20,  che l’Unione sovietica teneva puntati, fin dal 1976, contro i Paesi dell’Europa occidentale. Il Pci di Berlinguer, abbracciando l’opzione neutralista, scatenò una furiosa campagna  contro il dispiegamento  dei Cruise e dei Pershing americani per controbilanciare le testate atomiche sovietiche e costringere Mosca al ritiro dei suoi missili. Contro l’installazione dei Cruise a Comiso, si svolse ad esempio una polemica furibonda. Se l’Italia e gli altri Paesi europei della Nato avessero rinunciato ai missili Usa, gli SS20 sarebbero ancora puntati contro le nostre città. E la Russia sarebbe  ancora la patria del “socialismo reale”. E poteva accadere anche di peggio…