E Barack paragonò il Colosseo a uno stadio di baseball…

Forse, nella ricostruzione proposta dal  film di Ridley Scot Il Gladiatore, gli sembrava più piccolo, fatto sta che davanti alla magnificenza bimillenaria del Colosseo, Obama non ha potuto nascondere la sua meraviglia: «Eccezionale, incredibile… è più grande di alcuni degli attuali stadi di baseball!».  Gli americani, anche nella loro suprema espressione politica, non finiscono mai di stupirci. C’è da dare atto all’inquilino della Casa Bianca di aver espresso un complimento sincero: venuto dal Paese in cui tutto è grande e megagalattico, è rimasto sinceramente colpito nel vedere una cosa ancora più grande. È un piccolo episodio, in fondo. Ma che la dice lunga sulla visione del mondo americana: la grandezza non è misurata attraverso il glamour della storia,  ma attraverso i metri cubi e le dimensioni gigantesche dei mastodonti urbani. Costruendo nel 1931 l’Empire State Building a New York, gli americani  pensarono evidentemente di aver edificato l’ottava meraviglia del mondo, a gloria eterna della civiltà star and stripes. Poi, con la tragedia delle Torri Gemelle, hanno scoperto traumaticamente che tutto è vanità, vanità delle vanità.  A Obama non è venuto probabilmente in mente che la grandezza del Colosseo non la si misura con le dimensioni architettoniche, ma con la testimonianza grandiosa e tragica impressa nelle sue pietre. Lo stadio di baseball è per lui il termine di paragone delle opere architettoniche realizzate dall’uomo. Lo stadio come cuore della civiltà che annulla e azzera la storia.

Chissà se altri presidenti americani (pensiamo a Nixon, a Kennedy o a Reagan) sarebbero caduti nella stessa ingenuità di Obama. Certo è che, nonostante il trascorrere dei decenni, la fine della guerra fredda, l’accenno di  nuova guerra fredda con la Russsia, nonostante i travagli di mezzo secolo di storia, c’è uno spirito, per così dire, “fanciullesco” americano, che è rimasto immutato. Il problema è che, a questo spirito, l’Europa non sa più contrapporre il peso della sua grandezza storica e culturale. Anche Renzi ha voluto impreziosire questa giornata “americana” con un po’ di goffaggine. È stato quando, parlando dell’impegno italiano nel Mediterraneo, ha pensato di fare cosa gradita all’illustre ospite traducendo l’intraducibile nella lingua di Obama: «Noi il Mediterraneo lo chiamavamo Mare Nostrum… come si dice in inglese, our sea?». Silenzio in sala e qualche divertito mormorio. Il premier italiano ha capito di aver fatto una gaffe. E  ha cercato di rimediare: «Be’, non so se si può tradurre…». È proprio vero: gli statisti (e gli stadi) non sono più quelli di una volta.