Ai bimbi dell’asilo e delle elementari si racconta “quant’è bello il fidanzato di papà”

Che cosa raccontare ai bambini dai 3 ai 6 anni? Non certo la scarpetta di Cenerentola e neppure i sette nani di Biancaneve, roba antica e senza senso. Secondo le maestre progressiste, bisogna innanzitutto insegnare l’inglese, ma non i colori red e black, piuttosto il significato del termine gay che, tradotto in italiano, significa “allegro”. E non c’è niente di meglio che essere allegri, nella vita, e quindi gay. Poi ci sono le favole distribuite nelle scuole d’infanzia e alle elementari, prima fra tutte – accompagnata da un mare di polemiche da parte dei genitori – quella che ha per titolo Qual è il segreto di papà. Il materiale è costituito da un opuscolo di 28 pagine (edizioni Lo stampatello) che è stato distribuito in parecchie scuole italiane, in primis negli asili umbri. I protagonisti sono papà, mamma, Giulia e Carlo. Poi ci sono Luca e Ale. In mezzo, un divorzio. La favola parla di Giulia, 6 anni, e di Carlo, 9. I loro genitori si separano e a un anno dalla separazione, la mamma invita a stare con lei il suo nuovo compagno: Ale. Lui non sgrida mai i due fratellini e da quando è con loro, la mamma è più felice. Il problema è il papà: è sempre cupo. Giulia e Carlo non riescono a capire quale sia il suo segreto, fino a quando un giorno è lo stesso papà a rivelarlo. Si tratta di Luca. Lui e suo padre si vogliono bene, sono fidanzati. E dopo questa “scoperta” vissero tutti felici e contenti. Ma è proprio per questo testo che è scoppiata la rivolta dei genitori. Il ministero dell’Istruzione si è arrampicato sugli specchi. Le responsabilità non si sa bene di chi sono, i risultati invece sono evidenti a tutti. Si vuole far credere che è stato tutto casuale. Ma a ben vedere non è così, perché a parlare di omosessualità non è un insegnante imparziale, bensì una “professionali” definita “valida”  molto spesso proveniente dalle associazioni Lgbt. Quindi un vero e proprio “spot ideologico”, in una scuola italiana in cui non si può parlare neppure del presepe, per non turbare la psicologia dei non credenti.