Una fiction Rai sul maestro Manzi. Non è mai troppo tardi per essere un “supereroe” della cultura

In tempi di supereroi ipertecnologici ci può essere spazio per un supereroe della lingua italiana, della cultura, dell’arte di insegnare? Sembrerebbe un modello di scarso appeal. Eppure anche noi abbiamo avuto il nostro “professor Keating” dell’Attimo fuggente. “Non è mai troppo tardi” per scoprirlo, visto che si tratta di un modello vero e non frutto della narrazione cinematografica. Il “rivoluzionario” in questione è il maestro Alberto Manzi, educatore anticonformista e comunicativo che insegnò a leggere e a scrivere a oltre un milione e mezzo di italiani con la celebre trasmissione Non è mai troppo tardi, che la Rai trasmise dal ’59 al ’68 come simbolo di quella che allora era la mission di un servizio pubblico degno di questo nome. Per questo, anche per ricordare i 60 anni della Tv, Rai Uno lo celebra con una fiction che andrà in onda il 24 e il 25 febbraio. Un’idea incoraggiata dalla figlia Giulia, che sta per pubblicare un libro sul suo papà dal titolo Il tempo non basta mai, dove ripercorre la vicenda umana e professionale di  Manzi, portatore di una ventata innovativa e moderna nell’insegnamento di cui solo ora si riconosce la portata pedagogica. Un’iniziativa importante anche per porre al centro dell’attenzione, in questo momento drammatico, l’importanza della scuola e dell’educazione dei ragazzi come base necessaria per la sopravvivenza di una civile convivenza sociale. Alberto Manzi è un maestro che ai ragazzi non insegnava nozioni, insegnava  a pensare. Negli anni ‘60, Alberto, maestro elementare anticonformista e originale, dopo varie esperienze accettò di partecipare a un provino della Rai. La televisione stava a cercando un maestro per un programma che aiutasse a sconfiggere l’analfabetismo. Nacque  “Non è mai troppo tardi”.

Uno spirito libero, generoso, che si rifiutava di mettere i voti sulla pagella e, al loro posto, metteva un timbro “Fa quel che può, quello che non può non fa”: così il produttore Angelo Barbagallo descrive il maestro Alberto Manzi al quale, con la sua BiBi Film (insieme a Rai Fiction), ha dedicato la fiction Non è mai troppo tardi. Le due puntate sono dirette da Giacomo Campiotti e interpretate da Claudio Santamaria (l’ex Rino Gaetano della tv). «Ai miei occhi Manzi è  una specie di super- eroe», dice l’attore. «Un rivoluzionario che ha lottato per dare dignità alle persone». Manzi non ha mai voluto si parlasse di suo modello o metodo, ma di metodologia sempre aperta, dinamica, colloquiale, in continua evoluzione. Non lasciava niente al caso: organizzava, pianificava, costruiva per “decostruire” subito dopo. Le domande, i “trabocchetti” logici, il rovesciamento, la rimessa in discussione dei “punti fermi”, il gioco: questi erano gli ingredienti utili per insegnare ai bambini e ai ragazzi, partendo dalla loro forma mentis e dalle realtà che vivevano e conoscevano, a fare ragionamenti logici, ad acquisire un metodo per districarsi nei “labirinti” del sapere e della vita. Nella serie tv si percorre anche la storia di un Alberto Manzi meno conosciuto, che, appena ventenne fu assunto come insegnante in un carcere minorile di Roma. Lì di fronte a 90 ragazzini, tra i nove e i 17 anni, riuscì dove quattro prima di lui avevano fallito. Strategie poco ortodosse, insofferenza alle regole che riteneva sbagliate, fiducia nei suoi allievi: un anticonformista in cattedra, che più volte affronterà sospensioni e commissioni disciplinari. «Introdusse anche u nuovo modo di fare televisione, dicono gli sceneggiatori Monica Zappelli e Claudio Fava- una televisione nuova e completamente popolare. Anche la Rai, in un momento in cui i programmi erano tutti in diretta, si fidò di un irregolare, si assunse dei rischi. Il rischio della cultura, più super-eroe di così…