Papa Francesco fa il miracolo, resuscita una “lingua morta”. I suoi tweet in latino conquistano il “Times”

C’è nuova vita per la lingua morta per eccellenza, il latino. Papa Francesco compie un nuovo miracolo e in tempi di crisi per la lingua di Cicerone, si fa artefice di una rinascita inimmaginabile a giudicare dalla crisi di iscrizioni dei licei. I tweet del Papa in latino conquistano il Times di Londra, che dedica una intera pagina esaltando il profilo Twitter in latino del “Pontifex” che ha raccolto più di 200mila “follower”. Ma il fatto sorprendente è che questi “seguaci” latinisti sono il doppio degli utenti che seguono invece le versione in arabo del sito del Pontefice e più di quanti si sono iscritti a quelle in tedesco e polacco. Per comprendere lo strepitoso successo di “Franciscus” il giornale britannico ha intervistato monsignor Daniel Gallagher, un prete americano che collabora all’account in latino del Papa. Non dimentichiamo che gli americani sono dei grandi fan del latino, materia che qualche anno fa segnò un boom di iscrizioni ai corsi universitari, peraltro facoltativi. Mentre da noi molti licei scientifici hanno eliminato il latino e molti classici faticano a formare sezioni, monsignor Gallangher spiega che «il latino permette di comunicare a chiunque in ogni epoca. Trascende la storia. E tramite gli epigrammi Marziale (poeta romano del primo secolo) già componeva tweet due millenni fa». La maggiore difficoltà per il “team” che deve tradurre le frasi del Papa in tweet nella lingua antica è dovuta al fatto che Francesco è molto spesso informale, mentre il latino è pur sempre la lingua dell’ufficialità. Ma chi saranno i “follower” del Pontefice? Secondo Gallagher, sono soprattutto giovani studenti delle università e dei licei che non resistono alla tentazione di scrivere in latino. E c’è chi addirittura usa i tweet per esercitarsi a casa nelle traduzioni, casomai in vista di un compito in classe. C’è poco da dire, ha sbagliato tutto nel corso degli anni una certa demagogia modernista ad affermare il presente attraverso la demolizione del passato, facendo passare per morte e “improduttive” lingue come il latino e il greco, via via depotenziate nei licei. Non necessariamente l’utile e il bello coincidono. Si scopre infatti che a molti il latino piace perché è bello, punto. Sorprese quella lettera di un padre inviata a Repubblica, che rispondendo al figlio rammaricato che all’ultima ora era assente la prof di latino, gli disse: che ti importa, tanto a che serve? L’adolescente rispose: “il latino fa cultura”. Nemesi storica? Senza inoltrarci nell’annoso dibattito se il latino serva o no, va preso atto che l’incantamento di un’ideologia semplicista da Paese dei Balocchi, che esorta a odiare la noia, ad eliminare la fatica, a ricercare le vie facilitate non ha prodotto granché a giudicare dallo stato pietoso in cui versa l’italiano parlato e scritto. Non solo, ma lo sbilanciamento a favore dell’inglese non ha prodotto gente padrone dell’inglese, come dimostrano le figure barbine dei nostri connazionali quando mettono il naso fuori dai confini nazionali. Spesso non sanno ordinare neanche una bistecca. Non si contano errori ed orrori. Il latino, si sa, aiuta a migliorare l’uso dell’italiano, a rinsaldarne il possesso grammaticale, ad apprezzare le sfumature di un congiuntivo, ad ampliare l’area semantica di una parola. C’è gente che va pazza per queste cose. In Cina, poi, adorano il greco, c’è un boom di iscrizioni ai corsi, sarebbe una manna per i nostri prof. precari. Insomma, anche le lingue morte hanno i loro tifosi. Una brutta notizia per i becchini di professione.