La nuova Repubblica non nasce da una legge elettorale che, peraltro, si è già impaludata

Impaludamento. E’ il rischio che corre la “discussione” sulla legge elettorale. E, diciamolo francamente, è la speranza di molti che lavorano affinché nulla cambi. Li conosciamo e li vediamo all’opera. Quando il premier Letta dice un netto no alle liste bloccate, è naturale che si riparta dalla casella iniziale. Come nel gioco dell’oca. Ma quanto può durare questa manfrina che avrà la sua apoteosi nell’Aula di Montecitorio al momento della presentazione di valanghe di emendamenti? Crediamo poche settimane. Poi o si cambia o si va avanti fino a quando non verrà fuori un’altra ipotesi che metta in condizione quasi tutti di cooperare all’approvazione della legge elettorale.

Ma resta sullo sfondo la maledizione dell’approfondimento, del dibattito, del confronto, della discussione. Un grande teorico (ma anche politico) del Diciannovesimo secolo, Juan Donoso Cortés, definiva il parlamentarismo come l’esercizio più riuscito della “clasa descutidora”. Non è cambiamo molto da quel tempo. Si ha quasi l’impressione che i politici non amino decidere, ma appunto discutere. Perciò se negli ultimi vent’anni si fosse proceduto ad una riforma della Costituzione, e dunque della innovazione della Repubblica in senso presidenziale, certamente non saremmo a questo punto.

La governabilità – se ne convinca Renzi – si ottiene soltanto conferendo poteri decisionali all’esecutivo legittimato dal voto diretto del popolo. Il resto sono chiacchiere, mediazioni estenuanti, discussioni appunto che non approderanno mai a nulla o, nella migliore della ipotesi, a ben poco rispetto a quanto ci si prefigge di ottenere da un ampio e vasto dibattito parlamentare.

Il Parlamento, appunto, in democrazia è deputato a fare le leggi e ad esercitare il controllo sugli atti del governo. Ma il potere esecutivo deve fare un altro mestiere, appunto quello di agire con ampi margini di manovra e di autonomia senza sottostare ai ricatti partitici.

Laddove gli Stati sono informati a questo principio funzionano; diversamente, come in Italia, la politica e dunque le decisioni ristagnano.

A prescindere dalle contingenze attuali, ciò di cui ha bisogno l’Italia è di una nuova Costituzione che faccia lievitare le possibilità che una società dinamica e matura non può esprimere al meglio. Quanto sarebbe stato più congruo alla bisogna che si formasse innanzitutto una coscienza riformatrice e poi si mettesse mano (come venne tentato nel 1997) ad un progetto di cambiamenti costituzionali alla fine dei quale una nuova legge elettorale, coerente con il nuovo sistema, avrebbe sancito l’avvenuto passaggio alla nuovo Repubblica.

Purtroppo di quest’aspirazione restano soltanto tracce. Accontentiamoci di contemplarle con malinconia ed impotenza. La prima Repubblica è finita; la seconda non sappiamo se è mai nata o forse è stata soltanto un aborto; la Terza neppure si intravede nonostante le strombazzate propagandistiche di partitocrati impotenti e sfiduciati. Cosa ci attende domani? Un’altra selva di dichiarazioni che faranno ancora discutere, discutere, discutere…