Toh! Anche la Camusso e Landini si sono accorti che il Muro è caduto

Bandiera rossa non la trionferà più. Ci sono voluti 24 anni dalla caduta del Muro di Berlino, una ventina di anni dalla rottamazione della Prima repubblica, cui è seguita la rottamazione anche della Seconda, ci sono voluti inoltre l’abbattimento delle frontiere, l’avvento della globalizzazione, l’esplosione  di una crisi economica senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana, c’è voluto di tutto e di più nell’arco di cinque lustri. Alla fine anche Susanna Camusso s’è convinta: l’arma dello sciopero generale  non serve più ai lavoratori. Corollario 1: bisognosi di tutela non sono più tanto, o non sono più soltanto, i lavoratori blindati dall’articolo 18, ma tutta la massa di precari, disoccupati, lavoratori  atipici per i quali la parola “welfare” ha lo stesso significato di una chimera o di un personaggio del teatro dell’assurdo. Corollario 2: la lotta di classe non ha più senso (ammesso e non concesso che ne abbia mai avuto uno).  Se le parole hanno un significato, è proprio quello che risulta dalle dichiarazioni rese  dalla leader della Cgil martedì 10 dicembre nel corso di un convegno: «Nell’attuale quadro economico e sociale non è più sufficiente evocare lo sciopero generale come unica modalità in cui si determina il conflitto sul tema del lavoro». E poi, finalmente, la storica ammissione: «Bisogna fare i conti con la difficoltà economica dei lavoratori, con le tante differenze tra chi ha lavoro, chi è in cassa integrazione e chi è disoccupato. Quindi  l’idea di una forma che riguarda solo una parte del mondo del lavoro non è più sufficiente».

I ghiacci del veterosindacalismo di classe si stanno sciogliendo? Forse, ma, come insegnava Agatha Christie, non basta un indizio a fare una prova. Ce ne vorrebbe, come minimo, un altro (in realtà ce ne vorrebbero almeno tre, ma fa lo stesso). Eccolo allora, questo secondo indizio: il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, uno che è più rosso di un peperone,  apre incredibilmente all’idea della partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese. Stentiamo a credere che queste parole le abbia pronunciate il barricadero leader sindacale (ma è proprio così): «Per noi  partecipazione è essere coinvolti nelle scelte delle aziende». Subito dopo Landini precisa che, se gli va bene la partecipazione, non altrettanto può dirsi dell’azionariato. Ma non è questo il punto. Il punto è che, a fare certe affermazioni in mezzo al nucleo duro del sindacalismo di casse, si rischiava seriamente (e non parliamo di tanto tempo fa)  di finire lapidati sotto una pioggia di bulloni. La partecipazione, per i “compagni” di  una volta, voleva dire “fascismo” ed era vista come il nemico più  insidioso della lotta di classe.

Che cosa è successo? Tante cose,  ma ve le risparmiamo, perché dovremmo ripercorrere gli ultimi venticinque anni di storia sociale e politica in Italia. E non basterebbe una enciclopedia. Limitiamoci agli ultimi giorni. Può essere un caso che certe dichiarazioni siano venute nei giorni dei Forconi. Però forse non è un caso che, sempre in questi giorni, la vittoria di Renzi alle primarie del Pd abbia portato (almeno sulla carta) al forte ridimensionamento politico di quello che rimaneva del vecchio apparato del Pci, del quale la Cgil era la storica “cinghia di trasmissione”.  Vale anche la pena ricordare che, nel discorso di domenica notte, il neosegretario del Pd si è rivolto al ceto medio impoverito, ma non ha mai usato l’espressione “lavoratori”, né tantomeno “classe operaia”. Ed è un fatto sintomatico, perché  la sinistra italiana ha iniziato il suo declino da quando la classe operaia s’è eclissata. Ciò è avvenuto, non perché siano diminuiti i poveri (anzi, quelli sono aumentati), ma perché è apparso a tutti chiaro che la lotta di classe era diventata un arnese inservibile. A tutti, meno che alla Camusso e a Landini. Almeno fino a ieri. Domani è un altro giorno.