Riforma storica in Cina: stop al figlio unico e ai campi di rieducazione, i famosi “Laojiao”

La Corte Suprema si era già espressa nel novembre scorso. Una decisione clamorosa. Che aveva colto in contropiede più di qualche osservatore occidentale. E che aveva messo sul chi vive le numerose associazioni per i diritti umani. La svolta, registrata con una punta di scetticismo fra quanti hanno una certa dimestichezza con le strategie di foreign policy marketing del governo cinese tese a rompere l’accerchiamento in tema di diritti umani, ha ora avuto l’imprimatur del Comitato permanente del Congresso nazionale del Popolo, l’organo legislativo più alto del Paese: stop ai campi di lavoro e rieducazione, i famosi “Laojiao“, e abolizione della politica del figlio unico. Il pacchetto di riforme, che rivede il sistema in vigore da oltre mezzo secolo per ciò che riguarda i cosiddetti campi di rieducazione introdotti nel 1957, viene approvato a due giorni esatti dalle celebrazioni per il 120esimo anniversario della nascita di Mao Zedong, celebrazioni durante le quali il presidente Xi Jinping, che si era recato, assieme ad altri esponenti del Politburo, al mausoleo di piazza Tienanmen per rendere omaggio, inchinandosi tre volte di fronte alla teca in cristallo, alla salma del Grande Timoniere, aveva lasciato cadere parole in qualche maniera sorprendenti: “Mao non può essere venerato come un dio”, aveva avvisato. Aggiungendo poi che, pur restando i suoi meriti inalterati, anche lui aveva compiuto qualche errore.

Sono in molti ora a chiedersi se quello che appare come un nuovo corso, sia in termini di comunicazione, sia in termini di atti legislativi concreti, rappresenti, effettivamente, un affrancamento, pur lento, dal passato, piuttosto che il tentativo di mostrare il volto moderno di una Cina additata da più parti come uno dei Paesi più retrogradi dal punto di vista dei diritti umani. Il sistema di “Laojiao“, che consentiva di detenere persone, su decisione della sola polizia e fino a quattro anni, era stato più volte denunciato dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani: ufficialmente utilizzato dalle autorità locali contro la corruzione, aveva finito poi, in realtà, per trasformarsi in uno strumento di controllo dei dissidenti e degli avversari politici. Ora il governo cinese giustifica queste aperture sui campi di rieducazione con il fatto che questa pratica non è più necessaria grazie allo sviluppo del sistema giudiziario cinese.

Ma le organizzazioni umanitarie mettono, tuttavia, in guardia sulla possibilità che i campi di lavoro possano comunque persistere cambiando solamente il nome della pratica. Una semplice riverniciata di facciata per consentire di perpetrare il sistema. Quanto all’allentamento della politica di controllo delle nascite, attualmente, la legge cinese vieta alle coppie di avere più di un bambino. Tuttavia esistono alcune motivate eccezioni come per le minoranze etniche o le coppie “rurali” nelle quali il primo figlio è una bambina.  Il Comitato permanente ha quindi adottato una risoluzione  che consente alle coppie con un figlio unico di avere due figli.

Ancora qualche giorno fa aveva fatto molto scalpore il licenziamento di un docente, Cai Ziqui, professore associato della Facoltà di Chimica della SCUT, la South China University of Technology, allontanato dall’Istituto perché la moglie aveva partorito il suo secondo figlio, una bambina, in Cina. Il primo era nato negli Stati Uniti nel 2007 ed era, quindi, cittadino americano. La donna era rimasta incinta negli Stati Uniti ma, nel 2009, il professore era tornato in Cina per insegnare nella Facoltà di Chimica della Scut. E lì, a Tianjin, nel 2010 era nata la bimba.

Era stata la stessa Università a richiedere al professor Ziqui la documentazione che comprovava che lui e la moglie avevano diritto a poter avere un secondo figlio.  La disputa che si era accesa fra il professore e sua moglie da una parte e l’Università e le autorità governative dall’altro era incentrata sul fatto che è consentito avere più di un figlio a persone che studiano all’estero ma, nel caso specifico, al professor Ziqui e alla moglie, era contestato il fatto che solo il professore stava studiando e lavorando all’estero mentre la moglie lo aveva semplicemente accompagnato. E questo non dava loro diritto di avere il secondo figlio.