In un libro la storia del Msi a Trieste: dal patriottismo del dopoguerra alla “memoria condivisa” con Violante

Un viaggio nella storia della destra che parte e ritorna a Trieste. La Trieste dei ragazzi del ’53, la città dove si chiude il cerchio della legittimazione della destra con l’incontro del 1998 tra Luciano Violante, allora presidente Ds della Camera, e Gianfranco Fini, allora leader di An.  Il primo che denuncia la matrice anti-italiana dell’antifascismo di matrice comunista, il secondo che ammette le responsabilità del comunismo italiano nel rifiuto di leggere e capire tutte le pagine della storia nazionale. Trieste, allora, non come città laboratorio della destra ma come “specchio” che riflette di volta in volta gli umori, i fallimenti e le speranze della comunità missina fino alla “dissolvenza” nel Pdl e alla conseguente diaspora di un mondo. È la scelta editoriale compiuta dal giornalista Pietro Comelli e dal ricercatore Andrea Vezzà che firmano insieme un libro importante, Trieste a destra (Il Murice, pp. 428, euro 22). Solitamente le ricostruzioni storiografiche sul Msi e su An puntano i riflettori su Roma, sugli intrecci al vertice del partito, sui leader storici. Qui si entra in una dimensione differente, la storia locale (poco conosciuta ma fondamentale nel dare l’impronta all’intera storia missina sia per il nazionalismo sia per l’anticomunismo) si mescola con la storia nazionale. I protagonisti raccontano e ricordano e la tensione di una città tenacemente rivolta alla difesa della sua bandiera viene fuori pagina dopo pagina, senza indulgenze apologetiche, con precisione e rigore in quello che giustamente gli autori definiscono un “incerto dopoguerra”.

Il Msi non sarebbe stato il Msi senza il legame con l’associazionismo patriottico triestino. Dopo la nascita del partito, nel 1946, lo sguardo rivolto agli attivisti triestini è costante. E non poteva essere altrimenti. A Trieste i Far proprio nel 1946 portano a segno un’azione clamorosa: nella notte che precede il 28 ottobre viene issata una bandiera con fascio littorio sul campanile della cattedrale di San Giusto, cui vengono legate due bombe a mano prive di sicura, ma disinnescate. Un anno dopo nasce la federazione triestina, per mano dell’industriale Giuseppe Sonzogno. Il richiamo ideale è alle tematiche sociali della Rsi. “Detto tra noi – racconta Claudio de Ferra, ex Rsi e illustre matematico – il Msi era un partito di sinistra, la sinistra nazionale. Poi prendemmo a usare il termine destra…”. E Renzo de’ Vidovich, futuro deputato missino, racconta di un suo scherzo in Parlamento: “Lessi tre righe e chiesi chi ne fosse l’autore. Lenin, Marx? No, il camerata D’Annunzio”. E uno dei capi della sinistra missina, Ernesto Massi, propose addirittura per il partito il nome “destra nazionale-sinistra sociale”, un ossimoro che nessuno avrebbe compreso.

Che Trieste fosse destinata ad essere una piazza cruciale nella storia missina lo dimostrano le elezioni comunali del 1949, le prime concesse dal governo militare alleato nella zona A dopo la guerra. Il Msi tenta di inserirsi in un blocco nazionale moderato ma viene messo ai margini e liquidato come “Movimento Senza Importanza”. È in questa occasione che si sperimenta la forza aggregante dei comizi missini. Personaggi di primo piano si impegnano in quella decisiva campagna elettorale. Al primo comizio, tenuto da Ernesto Massi, si contano diecimila presenze (nel rione rosso di San Giacomo). Il successo spinge i missini ad inoltrarsi nel rione di Servola, pullulante di militanti comunisti e di slavi. Una massa di avversari circonda l’oratore, Nino Tripodi, che riesce con le sue parole a placare gli animi: “A Trieste ci è stato detto che era superfluo venire a Servola perché non ci avreste lasciato parlare. Noi siamo venuti lo stesso per dichiararvi che, se siete delle persone intelligenti, opporrete argomenti ad argomenti, ci ascolterete, e domani controbatterete con un vostro comizio. Se invece siete degli imbecilli, continuerete a fischiare…”. Un comizio che è rimasto impresso nella memoria di Alfio Morelli, all’epoca giovane candidato missino. A un certo punto, racconta, dopo il discorso di Oddone Talpo, “dal buio della folla vidi partire un involucro, un oggetto, qualcosa che, data l’oscurità, non riuscii a capire, immediatamente pensai: ‘ecco la bomba’. per poco la cosa non mi venne addosso, cadde sul piano del camion. La raccolsi: avvolto in un foglio di carta, un mazzo di rose legate con un nastro tricolore. Presi quei fiori e li consegnai a Ida de Vecchi”. Il Msi ottenne il 6,1% dei consensi (10.222 voti).

Ida de Vecchi, già fiduciaria dei Fasci femminile triestini, ex ausiliaria, organizzatrice nel dopoguerra dell’assistenza alle famiglie dei caduti e dei dispersi, risultò prima degli eletti missini al Comune. Con lei un trio di tutto rispetto: Giovanni Bruggeri, allievo di Gentile; Luigi De Manincor, medaglia d’oro alle Olimpiadi vela del 1936, anche lui ex Rsi; Spartaco Schergat, l’affondatore della corazzata Queen Elizabeth e medaglia d’oro al valor militare. Ida De vecchi fu però dichiarata ineleggibile dal consiglio comunale per i suoi trascorsi fascisti e costretta a lasciare l’aula. Il consiglio comunale triestino inaugurò la sua storia nel dopoguerra con un atto di faziosità ma la storia del Msi era ormai inestricabilmente legata ai fermenti patriottici triestini, nel bene e nel male, come dimostra il coinvolgimento di alcuni fascisti triestini con l’organizzazione Stay behind, più nota come Gladio. Elemento da cui parte la successiva e tormentata storia dei rapporti del Msi con gli Usa (ricordiamo che la sinistra missina era contraria all’adesione alla Nato), e della disputa ideologica mai sopita nell’area della destra tra i fautori dell’indipendenza nazionale e quelli del blocco atlantico.