Oggi la giornata per fermare la violenza contro le donne (il cui costo sociale è di 17 miliardi l’anno)

«Aprite la porta di casa e denunciate». È l’appello di Rosaria Aprea, la miss di Macerata Campania (Caserta) presa a calci dal suo ex compagno lo scorso 12 maggio, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Rosaria rimase in ospedale 19 giorni. Subì tre operazioni: le fu tolta la milza e ora non ha più l’ombelico. Al loro posto «una cicatrice ricordo di un amore malato che era stato più forte delle violenze fisiche e psicologiche».  La violenza contro le donne è al centro, anche in Italia, di una valanga di manifestazioni per accendere i riflettori sul fenomeno e contrastarlo. Un fenomeno che ha dimensioni agghiaccianti: più del 70 per cento delle donne nel mondo ha subito violenza almeno una volta nel corso della vita, ha ricordato il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon. Tra i numerosi eventi, c’è “World for Women” in programma al Teatro Quirino di Roma: Telefono Rosa ha invitato la Premio Oscar 2012, Sharmeen Obaid Chinoy, regista del documentario sulle donne acidificate Save the Face e la eroica ex parlamentare afgana Malali Joia, perseguitata dopo aver denunciato la corruzione dilagante nel Parlamento dal quale fu immediatamente cacciata. Enel ha acceso di rosso il Campidoglio nella Capitale, il sito della Polizia di Stato dedicherà un Focus all’argomento, decine di paia di scarpe rosse saranno esposte davanti all’ingresso del Centro di Produzione Tv Rai di Milano per richiamare l’attenzione sugli abusi verso le donne, solo nella città di Bari 70 associazioni hanno prodotto 50 eventi per celebrare la Giornata. Anche le associazioni studentesche Rete degli studenti medi e Unione degli Universitari hanno organizzato iniziative in tutta Italia per dire che «l’unico modo per combattere la violenza sulle donne è ripartire da scuola e università con azioni culturali e politiche». E che ci sia bisogno di incidere sui modelli culturali lo dimostra uno studio effettuato dall’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (Eurodap) proprio in vista dell’appuntamento di domani: tre uomini su dieci non condannano la violenza sulla donna e credono che sia lei, in qualche modo, la responsabile delle aggressioni da parte dell’uomo. Per questo, secondo Renata Polverini «serve una rivoluzione culturale». «Il Parlamento – ha ricordato la parlamentare di Forza Italia – ha da poco licenziato una legge che inasprisce le pene, che unita al contributo quotidiano delle tante associazioni impegnate, delle Istituzioni e della società civile, può sostenere un cambio di cultura ed intervenire sulle giovani generazioni».

La violenza subita dalle donne ogni anno ha anche un costo economico e sociale di quasi 17 miliardi di euro, l’equivalente di tre manovre finanziarie, il triplo della spesa pagata dal nostro paese ogni anno per incidenti stradali. A stimare questo prezzo, altissimo, è l’indagine nazionale ”Quanto costa il silenzio?” presentata nei giorni scorsi da Intervita onlus. Dei 16,719 miliardi di euro spesi ogni anno a causa della violenza di genere, 2,377 sono costi diretti: sanitari (460,4 milioni), consulenza psicologica (158,7 mln), farmaci (44,5 mln), ordine pubblico (235,7 mln), giudiziari (421,3 mln), spese legali (289,9 mln), costi dei servizi sociali dei Comuni (154,6 mln) e dei centri antiviolenza (circa 8 milioni). La mancata produttività è stimata invece in 604,1 milioni di euro. Soprattutto il dato sulle spese sanitarie, secondo Intervita, è sottostimato: perché solo il 3,3% delle vittime ha fatto ricorso a cure ospedaliere. Il 96,7% di episodi di violenza non ha dato luogo a ricoveri, ma molto probabilmente ha determinato conseguenze sulla salute e prodotto costi. Il prezzo della violenza, però, lievita soprattutto a causa dei costi non monetari: si calcola in 14,3 miliardi di euro il costo umano, emotivo ed esistenziale sostenuto dalle vittime, dai loro figli e familiari. Include l’impatto della violenza sui bambini, l’erosione del capitale sociale, la riduzione della qualità della vita e della partecipazione alla vita democratica.