L’Unione europea non è più “l’oggetto fantastico”, dobbiamo prenderne atto

Lo scombussolamento del quadro politico, determinato da fenomeni scissionistici, divisioni e rotture, a destra come a sinistra, finirà col pesare enormemente sulle uniche elezioni certe, quelle europee, che si terranno nella prossima primavera. Sarà quello un banco di prova di straordinaria importanza. Non solo, si badi, per misurare il grado di presa sull’elettorato delle neoformazioni partitiche, che si sono venute a creare dall’implosione del Pdl , di Scelta Civica, dai conflitti nati in seno al Movimento di Grillo e dall’ormai cronica spaccatura del Pd tra renziani  e antirenziani, ma  soprattutto perché, per la prima volta da quando esiste l’Unione europea e abbiamo la moneta unica, la sfida sarà molto netta tra fautori dell’Europa e lo schieramento sempre più nutrito di  euroscettici.  Il tema della permanenza o meno nella eurozona sarà il fulcro dello scontro tra le forze politiche  in campo. Ciò avverrà, come è facile intuire, in ogni Paese europeo. Ormai bisogna prenderne atto. L’Unione europea, ossia il più grande esperimento di integrazione pacifica fra Stati, quell’oggetto fantastico che, come dice George Soros, ha affascinato la generazione uscita dalla seconda guerra mondiale, ha ormai perso il suo appeal. Alla radice di questo malessere ci sono molte cause diverse, di natura economica, politica, istituzionale. Ma ce ne è una in particolare che tutte le racchiude: l’Euro. Basta immergersi fra la gente comune, andare nei negozi e nei supermercati, fermarsi ad ascoltare quel che pensa la massaia, il pensionato, il giovane disoccupato, e ci si  rende conto di  quale sia il giudizio che in genere viene dato alla moneta unica. A torto o a ragione, la parola Euro è diventata il metro di ogni disperazione, lo spartiacque tra il bel tempo che fu e l’angosciosa decrescita che stiamo vivendo, il termometro e la causa di una crisi che non accenna a finire. Un sentimento di malessere e di ostilità insieme , che offre terreno  non solo ai vari populismi sparsi per l’Europa, ma  che tocca ormai sfere di popolazione e categorie di persone ai più vari livelli, e di diversa formazione intellettuale. Un paio di anni fa, sul Financial Times, Martin Wolf  si esprimeva più  o meno così : «C’è di sicuro un’esistenza dopo una crisi finanziaria, ma certamente diversa». Il che lasciava intendere che , tutto sommato, potrebbe essere un vantaggio rinunciare a qualcosa che non funziona e andare avanti, senza continuare a rattoppare gli errori del passato.  Riconoscere gli errori spesso comporta costi politici non indifferenti. Per questo a volte il riconoscimento ritarda. «Un (parziale) scioglimento dell’unione monetaria non significa la fine della cooperazione europea», sostengono autorevoli economisti come  Bruno Amoroso e Jesper Jespersen.  Mentre, dal canto suo, l’autore de “La moneta incompiuta”, l’economista matematico Marcello Minenna, pensa che il problema non si risolve uscendo dall’euro . Il  punto dolente sta nella mancata integrazione politica dell’Europa. A differenza degli Stati Uniti che sono uno stato federale, con riequilibri automatici al proprio interno, l’Europa è solo un’associazione fra Stati. Negli Stati Uniti, dove c’è una banca centrale che funziona come prestatore di ultima istanza, a nessuno viene in mente di mettere in discussione il dollaro né ad un singolo stato federale di fare a meno della divisa unica. Da noi è diverso. Da noi l’integrazione politica non c’è ancora ( e chissà quando ci sarà) e tutto è nelle mani delle banche e  degli eurocrati. Da noi comanda la burocrazia di Bruxelles e la danza la mena la nazione più forte, la Germania, che teme di pagare i debiti degli altri ( dopo aver lucrato abbondantemente sul credito degli altri). Se è difficile mettere in comune i debiti, l’idea di Minenna  è di mutualizzare  a livello europeo il Pil.  Come ? Ogni Paese mette a bilancio comune il 30% del proprio prodotto.  Una quota  che corrisponde più o meno ai punti oltre il 100% del rapporto debito/Pil italiano. Lo studioso assicura che, con questa destinazione ed entro quella soglia, ci sarebbero vantaggi per tutti: per i paesi  che stanno meglio come la Germania e per quelli che hanno tassi di debito pubblico più elevati, come il nostro. La tesi di Minenna è molto più articolata di quel che per brevità abbiamo riassunto. E si presta anche a qualche critica. Ma qui preme soprattutto evidenziare il dato politico del prossimo scontro elettorale. Il rischio è che una questione così complessa e delicata, cui si collega lo stesso futuro dell’Europa e il destino dei nostri figli e nipoti, venga banalizzata da una disputa bizantina. Giocata sulle ali di una confusa requisitoria a tutto campo tra chi  vuole uscire dall’euro e chi no, tra chi vuole cancellare l’Unione e chi intende rafforzarla. Ora di tutto abbiamo bisogno  tranne che di sollecitare gli istinti più superficiali.  La preoccupazione è di vedere che   proposte nobili e giuste  come quella di studiare forme di diversa articolazione dell’Euro tra i vari Stati europei, tra quelli del Nord e l’area mediterranea, per esempio, possano essere soppiantate da  un dibattito scialbo, inconcludente, fatto di slogan semplici e accattivanti, e, come tali,  illusori. Da quel che osserviamo in queste fasi, dove ognuno cerca di affilare le armi in vista della contesa,  ci pare di scorgere l’antico vizio di far cassa ( di voti) purchessia , sfruttando un malessere più che giustificato, senza minimamente degnarsi di proporre  soluzioni adeguate. Ripensare l’Europa, la sua architettura, la sua articolazione monetaria,  restituire spazi di sovranità agli Stati che la compongono, sono argomenti  troppo seri e decisivi.  Lasciarli nelle mani degli azzeccagarbugli di turno sarebbe una vera iattura.