L’euro non piace più “alla gente che piace”. Ora persino Attali ne auspica la fine

«L’euro non scomparirà se troppo debole, ma diventerà politicamente insostenibile se eccessivamente forte, per esplodere come una mongolfiera salita troppo in alto». Parole pronunciate in francese non da madame Le Pen bensì da monsieur Attali. Una fonte non sospettabile di populismo demagico. Tutt’altro: Attali è un economista che gira nei circuiti ufficiali, non in quelli alternativi. È uomo di establishment. Fu lui il vero ispiratore di Mitterrand all’Eliseo. Se uno del suo calibro parla in termini così problematici del futuro dell’euro e quindi delle economie dell’eurozona, vuol dire che effettivamente qualcosa nella nostra moneta unica non sta funzionando o sta tradendo le attese.

Attali si è riferito al tasso di cambio che vede l’euro terribilmente sopravvalutato rispetto al dollaro ed alle altre divise. Una condizione che, tra i tanti guasti, comporta un aumento delle nostre importazioni ed una corrispondente diminuzione delle esportazioni con conseguente danno per la competitività delle imprese. Se continua così – argomenta l’economista – l’euro scoppierà. La sua ricetta è semplice: va indebolito per far respirare l’economia reale, quella della produzione e del lavoro. Esattamente quel che su scala ridotta faceva l’Italia al tempo della lira per recuperare terreno e competitività. Facile a dirsi, meno a farsi. Bisognerà vincere le diffidenze della Germania, che sul tema potrebbe trovare un prezioso alleato negli Stati Uniti ancora scottati dagli effetti della svalutazione dello yen e della sterlina. Ma è chiaro che solo il placet di Berlino (quello di Parigi è scontato) può mettere la Bce in condizione di procedere.

Comunque sia, la questione sollevata da Attali è tecnica solo in apparenza. La sostanza è tutta politica e rinvia alla costruzione europea, la cui realizzazione per via esclusivamente economicistica si mostra ogni giorno più fragile ed inadeguata. È una situazione quasi paradossale dal momento che tutti vedono che siamo nella morsa di una crisi senza precedenti e per di più esposti alla speculazione mondiale (scoraggiata solo dall’interventismo di Mario Draghi), ma nessuno tenta l’affondo sulle cause prime, cioè su quei maledetti parametri macroeconomici che hanno ingabbiato l’economia nella logica di un rigore ottuso e senza sbocchi. Nessuno, tranne ovviamente i movimenti cosiddetti populisti non a caso accreditati di uno straordinario pieno di consensi alle prossime elezioni europee. Il rischio, tuttavia, è quello di assistere ad una consultazione combattuta in bianco e nero con euroeuforici da un lato ed eurodemolitori dall’altro. Uno scenario politicamente poco rassicurante e soprattutto del tutto inadeguato a costruire una diversa idea di Europa. È perciò dovere delle forze di ispirazione nazionale e popolare introdurre in questo rozzo e semplicistico bipolarismo che si va profilando a livello continentale una sintesi nuova in grado di restituire alla politica il primato nelle scelte e negli indirizzi.

L’unione europea fu un’intuizione che brillò in sei nazioni, tra cui l’Italia, il cui obiettivo è riassumibile nel binomio pace-prosperità. Dopo secoli di guerre fratricide, spesso causate dall’inquietudine tedesca, i fondatori pensarono che il rimedio consistesse nel rendere più “europea” la Germania. E così è stato almeno fino alla caduta del Muro, anche perché prima di allora di Germanie ne erano esistite due. E se la riunificazione è stato un processo completato in un tempo relativamente breve, è stato anche grazie all’introduzione dell’euro che ha consentito a Berlino di sostenerne i costi. Una sola Germania con oltre 80 milioni di abitanti ed un apparato produttivo tra i più potenti del mondo ha reso visibile a chiunque che la cessione di quote di sovranità da parte dei singoli Stati per favorire il processo di integrazione  si sta risolvendo ad esclusivo vantaggio dei tedeschi. In pratica, è stata “germanizzata” l’Europa. Un sovvertimento totale dell’antico progetto di Schumann, De Gasperi ed Adenauer che non è sfuggito alla comprensione dei popoli del Vecchio Continente. E questo spiega perché oggi vince chi sventola la bandiera della sovranità nazionale e non chi si fa scudo delle direttive di Bruxelles o dei parametri di Maastricht. Ma spiega anche perché è difficile, se non impossibile, affidare a piccoli ritocchi o a ristrette trattative tra delegazioni ministeriali il compito di rilanciare il sogno europeo. Anche perché il primo obiettivo è dimostrare che non è un incubo.