Niente fondi per i Caduti della Grande Guerra. Giuseppe Parlato: «Ormai si ricorda solo ciò che divide»

Niente fondi per ricordare la Prima Guerra Mondiale: l’Italia ha costituito un comitato nazionale per le celebrazioni, ma senza dotazione economica. Dunque, corre il rischio più che concreto di auto-escludersi dalle celebrazioni che si svolgono a livello europeo e mondiale e che vedono, per esempio, la Gran Bretagna impegnata con 56 milioni di euro e la Francia e il Belgio con 100. La denuncia arriva da Repubblica di oggi, che sottolinea come anche «la lontana Australia, che ha partecipato al conflitto con un ventesimo dei soldati schierati dall’Italia, ne ha messi in campo 96».

Il caso, però, non è di oggi e, anzi, le istituzioni italiane preposte a queste ricorrenze sanno da almeno un anno che alla memoria dei 650mila caduti della Grande Guerra non sarebbe stato destinato nemmeno un euro. «Già un anno fa – racconta lo storico Giuseppe Parlato – come Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, valutammo l’opportunità di dare vita a un comitato nazionale. Ci rivolgemmo al ministero dei Beni culturali e ci risposero che ne sarebbe stato costituito uno, ma che non avrebbe avuto fondi». La situazione, dunque, è «ancora più grave» di come viene presentata, perché a due anni dall’avvio delle celebrazioni europee e a tre dalla ricorrenza italiana si sarebbe anche potuto fare qualcosa per trovare i fondi. Invece, tutto sarà demandato all’iniziativa degli enti locali o dei privati, proprio come la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice che, insieme alla Regione, darà vita a un progetto nelle scuole del Lazio.

Ma questo genere di iniziative non basta a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni centrali. Un vuoto culturale e di consapevolezza rispetto a quello che la Grande Guerra ha rappresentato per il Paese e che fa vedere all’orizzonte qualcosa di peggio del «rischio figuraccia» denunciato da Repubblica.

«Io credo – spiega Parlato – che ricordare la Grande Guerra non sia solo importante, ma indispensabile. La partecipazione dell’Italia non fu casuale ed episodica, ma corale e determinante in un quadro europeo». Soprattutto, ricorda il professore di storia contemporanea, «per l’Italia fu il momento in cui si verificò la nazionalizzazione delle masse». «È stato nei tre anni di trincea – spiega ancora Parlato – che gli italiani hanno avuto modo di conoscersi, di condividere la fame, la tristezza, la gioia, il proprio destino. Nelle trincee – sottolinea – è nato l’italiano, perché dall’Unità in poi non c’era stato alcun momento aggregativo così corale e ampio». Inoltre, aggiunge Parlato, quello fu anche il momento in cui si segnarono la fine dello Stato liberale e la nascita di altre forme di governo. La Grande Guerra fu, quindi, «un momento di modernizzazione politica, economica e anche culturale. Pensiamo a Prezzolini o alla cultura idealista…».

Per Parlato la Prima Guerra Mondiale fu «il punto di partenza per l’Italia contemporanea». Per questo, «per certi versi, è più importante della Seconda». «Non ricordarla significa rinunciare a capire il nostro passato», dice ancora lo storico, facendo anche una considerazione di carattere più generale: «Oggi l’unica memoria che ricordiamo è quella moralistica ed emozionale. Ricordiamo cosa ci fa indignare o entusiasmare, non riusciamo ad avere un approccio laico, freddo, scientifico con la storia». Quindi, ricordiamo solo ciò che divide? «Sì, di fatto sì. Ma una volta non eravamo così, siamo tornati infantili. Abbiamo una politica che ha privatizzato il pubblico e pubblicizzato il privato e ora ci troviamo con opinioni totalmente sballate».