Letta sbaglia sul populismo. È l’unico antidoto all’eclissi della democrazia

Il premier Letta ha ritenuto giusto, rispondendo alle domande del New York Times, lanciare un segnale d’allarme contro il populismo che – a suo dire – potrà condizionare il 25 per cento dei gruppi del prossimo Europarlamento, che si rinnoverà entro la primavera del 2014.
Il presidente del Consiglio è un europeista convinto. Ha fede pressoché illimitata nelle istituzioni comunitarie, che per lui andrebbero ancor più federate e potenziate fino a configurare una sorta di Stati Uniti del vecchio continente sul modello nordamericano. Non stupisce, dunque, che si dica preoccupato per l’irruzione nel parlamento di Strasburgo di forze dichiaratamente ostili a tale progetto. Quel che invece non può passare, se ancora si vuole salvare un minimo di democrazia in Europa, è il tentativo di negare in radice il diritto stesso all’esistenza ed all’agibilità politica di forze che non fanno mistero di considerare la propria sovranità nazionale alla stregua di un valore non negoziabile.
Le democrazie liberali sono generalmente inclusive. I parlamenti servono infatti ad accogliere chi decide di iscriversi alla gara elettorale. Non è tuttavia escluso che esse possano recintare il perimetro oltre il quale il diritto a partecipare alle elezioni viene negato. La Germania, politicamente erede dalla Repubblica di Bonn, costituisce un esempio di democrazia statica perché inibisce la battaglia elettorale a quelle forze il cui fine risulti antidemocratico. In Italia è diverso. Ad eccezione del partito fascista, la cui ricostituzione è vietata dalla legge Scelba, chiunque può concorrere alla campagna elettorale purché persegua la propria finalità politica con metodo democratico. La piena legittimazione del Pci, partito legato a doppio filo ad una superpotenza nemica come l’Unione Sovietica e che non faceva mistero di battersi per la dittatura del proletariato, si spiega esattamente con questa impostazione.
L’Europa politica è tuttora un concetto in fieri. Il perimetro della legittimazione di chi deve realizzarlo riveste perciò un’importanza basilare. Per questo non vorremmo che la sortita di Letta sia solo l’antipasto di una tendenza che in uno con una crisi economica senza precedenti si preoccupi di sgombrare il campo preventivamente da qualsiasi opinione non conforme al pensiero unico eurocentrico o eurocratico.
Se fino ad oggi il Parlamento europeo è stato spesso considerato un premio alla carriera, un cimitero degli elefanti dove sbarcare cariatidi più o meno gloriose, ora non si può più. Tutto il continente è pervaso da movimenti, partiti, gruppi che contestano le attuali istituzioni comunitarie su cui – forse anche con ingenerosa approssimazione – scaricano tutto il peso della crisi. È il fenomeno Bleu Marine della Le Pen in Francia o dell’AfD in Germania, tanto per citare le due nazioni cardine dell’Unione. Definirli “populismi” quasi volendo con tale termine catalogarli nell’imminenza della voce “eversivi” non sarebbe una misura di profilassi delle istituzioni ma solo il modo più veloce e sicuro per delegittimarle.
Al contrario, è auspicabile che la futura campagna elettorale sdogani addirittura il concetto di populismo per riposizionato nella sua giusta luce. Oggi, infatti, i cittadini europei sono costretti a sperimentare gli effetti di un governo buro-tecnocratico frammisto a meccanismi rappresentativi, che studiosi del calibro di Darendhorf hanno definito post-democrazia. È una definizione che segnala l’eclissi della matrice popolare e la rarefazione delle dinamiche democratiche al suo interno. Se questo è il contesto, e lo è, il cosiddetto populismo, cioè la contestazione radicale di una costruzione europea priva di luce e di anima, non solo non è un’opzione da criminalizzare ma rischia di diventare l’unica degna di considerazione.