La rigenerazione delle città è possibile se si ridisegna il sistema Paese

Puntualmente, ogni anno, Legambiente, Ambiente Italia  e Sole 24 Ore pubblicano il rapporto sull’ecosistema urbano. È la fotografia dello stato di salute delle nostre città (grandi, medie e piccole), del funzionamento dei servizi, della qualità dell’aria e dell’acqua, dell’andamento della raccolta differenziata. Oltre 100 mila dati, raccolti attraverso questionari  compilati dalle amministrazioni, vengono passati al vaglio di parametri scientifici. Compulsato e studiato, l’insieme di questi elementi  porta a stilare una classifica, una graduatoria  dell’ecosistema urbano. Anche per quest’anno abbiamo un rapporto che varrebbe la pena studiare e tenere a mente. Non fosse altro che  per rendersi conto di come, sul versante della qualità urbana, tutto  proceda con esasperante lentezza. Come se le leggi non esistessero e le amministrazioni locali fossero  in tutte altre faccende affaccendate. Certo, non si può generalizzare. Ci sono esempi virtuosi di città che in alcuni settori, dalle scelte nel campo energetico alla mobilità oppure nel campo della gestione integrata dei rifiuti e della lotta all’inquinamento, hanno fatto del loro meglio per rendere vivibili i centri urbani. Ma si tratta di pochi, sia pur importanti, esempi. Il Rapporto individua soltanto 11 città come città eco-virtuose. Sono quelle che  raggiungono a malapena la sufficienza: Venezia, tra le grandi, Trento e Belluno fra le medie e le piccole. Grosso modo – e questo non è una novità – si vive meglio nei piccoli centri, più al Nord che al Sud. Diminuisce la concentrazione di polveri sottili e azoto, ma aumentano i  giorni i cui si superano i limiti dell’ozono. Continuiamo a perdere acqua potabile dalle reti idriche (circa un terzo di quella che  viene immessa). Nonostante la crisi e il costo di benzina e gasolio, manteniamo il primato europeo nell’uso di automobili (il 64,4 per cento di italiani non riesce a farne a meno), mentre il trasporto pubblico registra rispetto allo scorso anno un ulteriore calo di passeggeri. Quanto alla raccolta differenziata, la situazione migliora nel complesso, ma soltanto nove comuni raggiungono l’obiettivo  del 65% imposto per  il 2012 dalla normativa europea, e ci sono ancora molti centri che sono fermi al 4-5%. Insomma, non c’è da rallegrarsi. Al contrario, bisogna chiedersi il perché di questa arretratezza quasi patologica del sistema Paese. E’ solo un fattore di risorse ? Sono inadeguate le normative e insufficienti i controlli? E’ troppo confuso e sovrapposto il quadro di competenze e responsabilità tra diversi livelli di governo? Certo, questi sono fattori che incidono e hanno il loro peso.  Senza soldi, non si canta messa. Né aiuta la frammentazione dei poteri pubblici là dove ci vorrebbe maggior semplificazione e un ben altro quadro di certezze amministrative. Il rapporto si limita ad indicare , però, alcune leggi che bisognerebbe semplicemente applicare per migliorare di gran lunga la situazione. E ottenere, così, punteggi massimi. Se questo non avviene, ci sono allora altre ragioni su cui riflettere.  La prima è senz’altro quella culturale. Si possono avere le migliori leggi del mondo, ed anche le risorse necessarie a realizzare opere pubbliche, ma se non si possiedono una vision, un progetto, una filosofia cui ispirarsi per migliorare la vita collettiva e concepire l’idea di una città moderna, si può forse migliorare qua e là in qualche settore, ma nell’insieme non si migliora affatto.

Né si può pensare di risolvere ogni cosa solo e soltanto nella sfera pubblica. I  pregevoli quaderni di architettura dell’Ance (associazione nazionale dei costruttori edili) offrono uno spaccato molto interessante di quel che avviene all’estero, di  cosa si stia realizzando di diverso, innovativo e moderno nelle città europee, per non parlare delle avveniristiche opere realizzate in Cina e Giappone, in Australia, negli Emirati Arabi.  Solo che, altrove, il tema della città non ha mai smesso di essere al centro del dibattito e della riflessione. In Italia, se ne parla a malapena in qualche convegno e nulla più. Come se la città contemporanea, con le sue rapide trasformazioni e i suoi cambiamenti drastici, non abbia un ruolo strategico, non sia il luogo privilegiato dei traffici e del commercio, dello studio e del tempo libero. Ci comportiamo come se non percepissimo a sufficienza  le “ragioni” che integrano ed esaltano il paesaggio urbano, fornendo carattere, identità ai luoghi, e  nucleo connettivo, comunitario agli abitanti. A ben vedere, in questa perdita di “valore”, si nasconde lo spesso grumo dei nostri problemi.

Prendiamo la mobilità, fra i più gravi dei nostri guai. La mobilità  nei centri urbani rappresenta  il tormento quotidiano di chi  si muove per motivi professionali, di lavoro, culturali, sociali, turistici, geografici , ma anche per il solo piacere di muoversi.  Non c’è nessuna tecnologia – e forse non ci sarà mai – in grado di comprimere i flussi relativi alla mobilità locale, sia la micro che la macro. Per accedere a beni e servizi, ci si muove sempre di più e in più direzioni. Nel complesso, il progressivo incremento del fattore spostamento secondo tragitti  diversi e articolati, usando mezzi  e modalità di trasporto sempre più differenziati, esige un ripensamento dello stesso modo di concepire i sistemi infrastrutturali. Gli esperti più avveduti sottolineano che bisogna recuperare la frattura tra progetto dell’infrastruttura e disegno della città, tra infrastruttura e qualità degli spazi pubblici. In una parola, occorrerebbe lasciar sedimentare, nella mente di chi governa le città e dei cittadini che le vivono, una autentica cultura della rigenerazione urbana. Una cultura  più vasta e profonda di quella tecnica. La sola, comunque, che possa dare forma al paesaggio delle infrastrutture, e farci vivere meglio. Soltanto le idee nuove  generano futuro.