Internet, un altro “tesoretto” che l’Italia non è in grado di sfruttare

Franco Modigliani diceva che: “Se non fosse ingabbiato in un sistema spaventoso, il nostro sarebbe il primo Paese al mondo”. Il problema è che per uscire dalla gabbia non bastano le buone intenzioni. E neppure i buoni investimenti. Prendiamo il tema dell’informatizzazione del sistema pubblico e privato. Nel corso del forum annuale promosso da Confindustria Digitale, è stato presentato un dossier aggiornato sull’uso che gli italiani fanno di Internet. Siamo al paradosso. Possiamo vantare un sistema infrastrutturale di tutto rispetto. Migliorabile, per carità. A cominciare dalla necessità di rafforzare la dotazione  della banda larga per aumentare il livello competitivo delle nostre imprese e attirare nuovi capitali dall’estero. Nonostante ciò, i dati ci dicono che il 96 % delle nostre case, grazie all’integrazione tra reti fisse, mobili e satellitari, è collegabile alla rete Internet ad una velocità di almeno 2 megabyte, a fronte di una media europea del 95,5%.  Disfunzioni pubbliche a parte, è evidente che incide molto nella statistica dei nostri ritardi il comportamento dei singoli. Insomma non siamo un popolo che ama navigare nella rete. In Italia solo il 53% usa regolarmente internet (la media Ue è del 70%). Il 38% non l’ha mai usato (22% nella media Ue dei 28 Paesi). Secondo  il rapporto, pubblicato lo scorso aprile, del Global Information Technology, su 144 nazioni esaminate, ci piazziamo al 50° posto nel mondo, superati anche dai paesi esotici come le isole Barbados e Panama. Siamo lontani anni luce dalla Finlandia, il cui indice elaborato in base a 54 parametri, tra cui , per esempio, la diffusione e l’utilizzo degli  smartphone, la penetrazione della rete internet o la disponibilità di capitali, la pone al primo posto per l’incidenza di internet sull’economia. Elemento quest’ultimo da non trascurare affatto. Ad avviso del World Economic Forum, un aumento del  10% dell’indice, equivale ad un aumento del Pil di ogni nazione dello 0,75%  e ad una diminuzione della disoccupazione di oltre l’1%. Varrebbe la pena riflettere. Non basta. Nell’elenco delle cose che non vanno, ce ne sono altre non meno inquietanti.  Tra i mali che ci perseguitano, c’è quello della burocrazia amministrativa. Il nodo burocratico-amministrativo, è il più difficile da sciogliere. Molti governi hanno provato a districare la matassa. Ma l’esito è stato quasi sempre incerto e deludente. In un Paese civile, la pubblica amministrazione svolge una funzione essenziale. Rappresenta la rete connettiva. Dal suo buon funzionamento dipendono in parte significativa le condizioni di benessere dei cittadini.  Una buona amministrazione per funzionare richiede rapidità di decisione, snellimento di procedure, competenze adeguate, imparzialità e un andamento regolare.  Invece, è diventata una macchina farraginosa, pesante e pedante. Autoreferenziale e improduttiva. Un ostacolo, per gli imprenditori che vogliono investire. Un nemico, per il cittadino che invoca trasparenza e lealtà dallo Stato che dovrebbe essere al suo servizio. In attesa di una vera riforma della burocrazia (quelle finora varate si sono dimostrate pessime e inconcludenti), si pensava di riuscire almeno a semplificare la vita di chi nella pubblica amministrazione lavora e di chi ne  dovrebbe ricevere i servizi. Invece, niente. Abbiamo fissato al 2015 l’obiettivo di far dialogare on line il 50% della popolazione con le pubbliche amministrazioni , e abbiamo a malapena raggiunto il 19% . Il Rapporto di Confindustria ricorda che la media europea è al 44%, con punte nei Paesi scandinavi del 70. Persino negli acquisti  on line siamo ultimi. Solo il 4% delle imprese italiane vende i propri prodotti utilizzando la rete. Un quarto della popolazione italiana dovrebbe, sempre entro i prossimi due anni, dialogare con Comuni, Regioni , banche, enti  vari per scambiare moduli,  pagare multe, gestire conti, effettuare operazioni fiscali, ottenere documenti e certificati. Basta gettare uno sguardo alle cifre per rendersi conto di quanto sia incolmabile il ritardo accumulato. Solo il 5% dei Comuni ha attivato il sistema di pagamento delle infrazioni stradali tramite on line, mentre appena il 37%  degli enti sono in grado oggi di interagire con le banche dati di altri enti. Insomma, abbiamo un Paese che fatica enormemente ad essere interconnesso, nonostante ne abbia la possibilità. Ciò incide profondamente sulla nostra economia e sul benessere collettivo. Peraltro, le risorse impegnate spesso vengono utilizzate più per effettuare la manutenzione dei sistemi informativi già operativi che per integrare le  piattaforme esistenti.  Ci vorrebbe qualcuno che esercitasse un ruolo di regia.  Ma ci vorrebbe, soprattutto, l’ardire di un salto culturale: una autentica rivoluzione culturale che cambi il nostro modo di essere e modifichi i comportamenti individuali. Per modernizzare lo Stato non bastano soltanto i finanziamenti, per quanto  siano importanti. “ Il valore di uno Stato, a lungo andare, è il valore degli individui che lo compongono”. La frase è di John Stuart Mill. La pronunciò nell’Ottocento. Ed è ancora di grande attualità.