Il “sogno americano” sta morendo nel tempo di Obama, con buona pace di Springsteen…

La crisi americana la possiamo cogliere anche attraverso due curiose notizie arrivate nella stessa giornata dagli Stati Uniti. La prima è che i luoghi simbolo dell’identità americana (la Statua della Libertà, il Grand Canyon, il Monte Rushmore e altri) sono stati riaperti al pubblico nonostante lo shutdown (cioè la paralisi) dell’amministrazione federale causata dal braccio di ferro sul bilancio tra Obama e i repubblicani. Ma ciò è avvenuto solo grazie all’iniziativa dei governatori dei singoli Stati in cui sorgono i monumenti, non per lo sblocco della situazione al Congresso degli Usa. La seconda notizia è che, mentre gli Stati Uniti rischiano il default (una eventualità che spalancherebbe uno scenario sociale ed economico da incubo), il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha speso oltre 30 milioni di dollari per acquistare quattro case dei suoi vicini a Palo Alto, in California e scongiurare la possibilità che un costruttore edifichi   intorno alla sua “reggia” un supermercato. Il giovane miliardario non bada a spese pur di assicurare il silenzio intorno alla sua residenza.

Si è sempre detto e scritto che gli Usa sono il Paese delle contraddizioni, ma stavolta, con l’impoverimento che incombe sul ceto medio americano e con il Governo (noi in Europa lo chiamiamo Stato) sempre meno in grado di garantire la coesione sociale, la frattura all’interno della società statunitense sta diventando una voragine. Per un minoranza della popolazione (l’1 per cento secondo i miltanti di Occupy Wall Street) il “sogno americano” è diventato una favola, come per Zuckerberg. I ricchi sono diventati straricchi, mentre per i poveri (diventati disperati) e per la middle class, l’american dream sembra diventato un mito del passato. 

Per qualcuno, che del cuore americano ascolta da sempre il battito, l’american dream  è sempre stato un obiettivo problematico. Così la pensa ad esempio Bruce Springsteen. Ecco cosa disse a un giornalista italiano (Beppe Severgnini del Corriere della Sera) in una intervista realizzata esattamente 11 anni fa (era il 12 ottobre del 2002). «Il sogno americano? Ancora irrealizzato, direi.  E sarà sempre così, in qualche modo, perché promessa e sogno sono idee americane, come giustizia e fraternità sono idee francesi. Trenta milioni di persone, negli Usa, nella nazione più efficiente della terra, vivono in povertà. Manca un leader con una visione, manca idealismo tra la gente». Questi concetti the Boss li esprimeva quando il repubblicano George W. Bush era ancora all’inizio del suo primo mandato presidenziale. Il leader con la “visione” che Springsteen attendeva  doveva essere sicuramente un democratico, del tipo di Franklin Delano Roosevelt  o John Kennedy.  Alla fine, nel 2008, apparve un nuovo “messia” progressista, Barack Obama. Sembrava la svolta epocale che la middle class democrat attemdeva dai tempi di Clinton. Già, sembrava. Perché oggi, al secondo mandato di Obama, gli americani trattengono il fiato davanti alla prospettiva del default. Il sogno americano sembra svanire. Ed è paradossale che ciò avvenga con un presidente democratico. O forse no.