Anche l’Ocse ha certificato la regressione culturale dell’Italia: siamo i “nuovi analfabeti”

La regressione culturale del nostro Paese è ormai certificata. I dati resi noti dall’Ocse (ieri anticipati dal nostro giornale) non offrono margini di giustificazione: siamo tra gli ultimi nella classifica delle nazioni sviluppate per ciò che concerne le competenze indispensabili per vivere in questo nostro tempo. Il quale sarà pure complicato, ma la circostanza non ci esime dall’essere in linea con le tendenze maggiormente all’avanguardia, per non dire poi “padroni” delle necessarie acquisizioni tecniche e culturali che ci consentano di vivere secondo standard occidentali accettabili.

La vera crisi italiana – lo abbiamo sostenuto tante volte – è una crisi di carattere culturale essenzialmente. Da tempo immemorabile le classi dirigenti del nostro Paese hanno sostanzialmente abbandonato la ricerca ed hanno destinato agli investimenti nell’innovazione briciole del bilancio statale. Gli istituti scientifici languono e così pure quelli di carattere umanistico. L’Italia è insomma il fanalino di coda per ciò che concerne lo sviluppo del sapere e della ricerca applicata oltre che teorica. Ne discende, come i dati OCSE hanno impietosamente messo in evidenza, che soltanto il 30%  della popolazione possiede livelli di conoscenza considerati “il minimo per vivere e lavorare nel XXI secolo”.

Ciò vuol dire che dalla vera e propria caduta di livello formativo, testimoniata dallo scadimento del sistema scolastico ed universitario, deriva il deficit denunciato che non lascia spazio a ottimistiche previsioni riguardando soprattutto le fasce di popolazione più giovani, quelle dalle quali dovrebbe dipendere il futuro della comunità nazionale.

Sono infatti i ragazzi tra i 16 ed il 29 anni indiziati di scarsa attitudine ad affrontare il presente con gli strumenti che la società “complessa” richiede. E la constatazione chiama in causa le istituzioni formative che non sono state in grado di adeguarsi ai progressi culturali e tecnologici, oltre ad aver abbandonato quel sapere tradizionale che da sempre era il fiore all’occhiello dell’Italia.

Da circa quarant’anni a questa parte non c’è stato ministro dell’Istruzione che non abbia contribuito con una sua qualche velleitaria riforma ad incasinare ancora di più l’ordinamento italiano, mentre abbiamo dovuto constatare che la  cultura all’estero è stata progressivamente abbandonata. Ma questo, si potrebbe dire, è contorno. Un contorno comunque che la dice lunga sulle responsabilità di chi non ha saputo governare e promuovere il “nuovo alfabetismo” che, come risulta dalla ricerca citata, non è stato adeguatamente coltivato soprattutto per ciò che concerne la formazione scientifica (quella umanistica è stata “rottamata”, come si sa, da gran tempo).

Siamo, dunque, davvero un popolo di analfabeti, come hanno titolato molti giornali? All’interrogativo ognuno può rispondere fondando le proprie convinzioni sulle personali esperienze. Quel che si vede nelle scuole e nelle università non è per niente incoraggiante; chi vuol fare ricerca deve espatriare; un tempo esportavamo tecnologia che oggi importiamo dai paesi più disparati; l’occupazione qualificata quasi non esiste più e nell’uso degli strumenti più sofisticati siamo buoni ultimi in Occidente. La crescita individuale è tra le più basse del mondo sviluppato, mentre quella collettiva è desolatamente ultima.

Chissà se i gossippari della politica si prenderanno mai lo “sfizio” di indagare sul declino italiano rifacendo la storia della regressione culturale che mai avremmo immaginato potesse diventare il segno distintivo del nostro Paese. Il Paese di Dante e di Machiavelli, di Michelangelo e di Leonardo, di Giotto e di Marconi. Che tristezza.