Troppi hanno piegato la testa di fronte all’Europa: liberiamoci dal vassallaggio

Un’idea per l’Europa. È il titolo della campagna lanciata dal settimanale francese Nouvel Observateur  che sta riscuotendo un certo successo in Francia.  Non è difficile comprenderne la  ragione. L’iniziativa del settimanale non è catalogabile tra le solite trovate editoriali affidate ad esperti o politici, chiamati a dire la loro sul progetto dell’Unione. Ad avanzare idee, illustrare punti di vista e  formulare nuove proposte sono, questa volta,  i cittadini. Chiunque voglia dire la sua sul tema, può farlo. È la risposta del giornale  alla ondata crescente di euro-scetticismo? Il tentativo di incrociare, nelle risposte dei lettori, la strisciante pulsione nazionalista che tanto turba il sonno degli eurocrati? Oppure, più semplicemente,  si tratta di un sapiente espediente giornalistico per  far affiorare l’umore profondo della gente comune, chiamata ogni giorno a fare i conti con le regole imposte da Bruxelles,e  alle prese con i problemi della Grande Crisi economica, finanziaria e sociale, che sta scuotendo l’albero delle certezze su cui finora è stata appesa la moneta unica dell’euro ? A ben vedere, si tratta di tutte queste cose insieme. Il sondaggio, assicura il settimanale francese, sarà  analizzato nel corso di una conferenza organizzata dallo stesso Observateur  a Bruxelles, dal 10 al 12 ottobre, in occasione delle “Giornate per l’Europa”. Le idee più votate dai lettori saranno discusse da alcuni osservatori privilegiati: dal primo ministro belga, Elio di Rupo, all’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing, al presidente del parlamento Ue, Martin Schulz, all’ex presidente della Commissione, Jacques Delors.  «L’Europa è divisa, non trova una direzione comune –  sostiene Laurent  Joffrin, direttore del settimanale –  Agli occhi di un’opinione pubblica sempre più scettica, doveva essere in grado di proteggere i popoli e invece li fa soffrire. Doveva favorire la crescita e invece la imbriglia. Doveva unirsi, invece si divide, mentre i responsabili sono assenti e l’opinione pubblica è dubbiosa». Insomma, è arrivato il tempo di reagire. Da qui nasce una idea editoriale che sarebbe interessante replicare in Italia. Un sondaggio del genere, anche se parziale, tornerebbe utile. Non solo in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Ma anche per incominciare a misurare concretamente il grado di disaffezione verso una istituzione cui pure abbiamo affidato il nostro destino nel modo che tutti conosciamo.  Aiuterebbe a capire, per esempio, se dal disarmante quadro di incertezza, delusione  e comprensibile irritazione, così diffuso fra le popolazioni,  ci sia ancora spazio per ridare senso e dimensione a quel Progetto unitario, che tanto affascinò le menti dei padri fondatori alcuni decenni orsono. Insomma, c’è ancora spazio per un sogno europeo? La domanda non è fuori luogo. Per il semplice fatto che il sogno si sta trasformando in incubo. Le ragioni del dilagante pessimismo, va detto, sono le più  varie e spesso differenti. Nell’ultimo, interessante saggio – Il teorema del lampione – dedicato alla fallacia delle teorie economiche che hanno fatto da battistrada alle politiche degli ultimi anni, tutte inesorabilmente abbarbicate al “pensiero unico” della sostenibilità del debito e del rigore come panacea di tutti i mali, Jean Paul Fitoussi  spiega qual è il paradosso dell’Unione europea. L’Europa, per come si è venuta costruendo, incardinata a fattori di economia, di finanza e di mercato, mentre il fondamentale fattore politico veniva tenuto ai margini, necessita di cessioni di sovranità significative da parte degli Stati che la compongono. A questa progressiva cessione di sovranità  non ha corrisposto l’equivalente su scala comunitaria. Si sono, a poco a poco, svuotate le sedi della sovranità nazionale senza investire, sul versante politico, in una autentica  sovranità europea. Il risultato di un così traumatico sbilanciamento è sotto gli occhi di tutti. Il governo dell’Europa è più un governo di regole che di scelte. Nell’accentuarsi di questa sua natura si alimenta, secondo Fitoussi, il malinteso tra i nostalgici del vecchio ordine – quello delle nazioni – e coloro che sono impazienti di ottenere un ordine comunitario e federale politicamente determinato. Insomma, la Ue non ha saputo proporre alle popolazioni interessate qualcosa di diverso da una integrazione in negativo e da una politica per difetto. Soffriamo di una gravissima asimmetria. Subiamo  vincoli che condizionano le scelte quando esse  si compiono a livello nazionale, mentre i cittadini ( elettori) non possono minimamente influenzare l’elaborazione delle regole del gioco al livello superiore (europeo).  Il guaio è che,purtroppo, non si sta  facendo nulla per correggere il tiro, e superare questo evidente squilibrio.  Al contrario, si persevera  nell’errore. Ammettiamolo con franchezza: l’approvazione del Patto Finanziario è stata imposta senza che alcun governo di destra o di sinistra, conservatore o socialdemocratico, per non parlare dei rispettivi parlamenti, sia stato in grado di contrapporre altro che modesti  aggiustamenti all’uso dei fondi  europei e alle politiche di bilancio. Di fatto, tutti hanno piegato la testa di fronte all’euro-conservatorismo dominante. Una accondiscendenza che rischia di rendere ancor più caotico lo scenario dei prossimi anni.  Chissà se la saggezza popolare, sollecitata dal Nouvel Observateur, aiuti a capire che è tempo di uscire da questo vassallaggio? Ciò vale per la Francia, ma vale ancor di più per l’Italia. Abbiamo fatto un sogno: il sogno di una Italia alla guida di un nucleo di Stati,  pronta a rifondare un pensiero politico  e nazionale, adeguato alle sfide che la crisi e la situazione internazionale pongono all’Europa. La nostra storia e le nostre tradizioni lo reclamano. Peccato che sia soltanto un sogno.