Scoperto un “tesoretto” di documenti sulle case di tolleranza fasciste. E sul web spopola un museo virtuale

Spesso è il caso a restituire schegge di microstoria, utili per restituire colore e profumi a un passato in bianco e nero. È accaduto in provincia di Pordenone, a Casarsa, dove nel 2010 gli operai di una ditta edile trovarono nell’intercapedine di una casa in demolizione quello che sembrava un cumulo di stracci. Un ex impiegato, Davide Scarpa, è così venuto in possesso di un fagotto di iuta contenente cappelli, documenti, borse, gioielli, arricciacapelli e persino profilattici degli anni Venti e Trenta. Di cosa si tratta? Di uno spaccato su come veniva gestito il mestiere più antico del mondo durante il Fascismo. Una curiosità di cui dà conto il sito de Linkiesta. Fortunoso il ritrovamento, racconta l’archeologo d’eccezione: «I documenti erano un po’ bruciacchiati, visto che in quel muro passavano i fumi di una stufa». Carte, tariffari, registratori di cassa, farmaci, spazzole, tutto risalente al periodo tra il 1922 e il 1942. Scarpa, d’intesa con con un appassionato di storia della zona, ha rimesso un po’ tutto a nuovo: documenti con i nomi e i cognomi degli uomini che frequentavano le case di tolleranza, il diario di una prostituta, i vaccini e anche i cataloghi per ordinare vestiti e accessori da usare con i clienti. Per chi volesse curiosare, la pagina Facebook “Museo delle case di tolleranza nel Ventennio fascista” ha divulgato le fotografie di gran parte degli oggetti rinvenuti. Da notare che pur trattandosi di un aspetto di certo secondario del grande affresco della storia, questo “museo virtuale” ha ricevuto «mi piace» da ogni parte del mondo, anche da New York. Ne vien fuori come il regime regolasse per filo e per segno il settore. Dal 1938 la tessera divenne obbligatoria come per tutti gli altri lavori. Per esercitare bisognava poi essere all’altezza… «aver superato gli esami di abilitazione al regolare meretricio», racconta Scarpa,  e «dopo l’abilitazione c’era un severissimo tirocinio con tanto di apprendistato quasi gratuito in un locale di meretricio di Stato abilitato». Anche allora non mancava l’ipocrisia di fondo che accompagna da sempre questo antico mestiere: ogni venerdì, infatti, quando la casa di tolleranza era chiusa, arrivava il prete per la confessione e la comunione. Chi si sottraeva a questo “obbligo di brava cristiana” era e segnalata dalla tenutaria per aver avuto un comportamento “non retto”. Severe norme “morali”, quindi, ma ancora più severe norme igienico-sanitarie: le donne venivano sottoposte alle visite mediche due volte alla settimana. Inoltre queste case di tolleranza «erano anche un luogo dove molti andavano a prendere le medicine passate dal Duce o i disinfettanti contro i pidocchi, ed erano anche usate come vespasiani pubblici con bagni e acqua calda, a cui si poteva accedere pagando una piccola quota». Insomma, un luogo di aggregazione in tutti i sensi. Dai diari delle donne spiccano pagine di grande umanità e dolore: molte erano state abbandonate dai mariti e facevano “il mestiere” perché costrette dalla povertà. I loro figli non erano abbandonati dalle istituzioni, ma venivano affidati agli istituti pubblici e una parte della retta era pagata dal Comune. Di prostitute e clienti esisteva anche un censimento: allora erano 10 milioni gli italiani frequentatori, si ricava dalla documentazione, oggi secondo l’Oms sono 9 milioni gli italiani che si intrattengono con le lucciole. I numeri non divergono molto, ma l’ipocrisia è scuramente aumentata.

Ecco il link del museo vituale

https://www.facebook.com/MUSEO.CASE.DI.TOLLERANZA?ref=ts&fref=ts