Addio ad Antonio Fede: ci mancheranno il suo insegnamento e il suo fervore di grande gentiliano

«È un grave errore affermare che lo Stato etico gentiliano sia lo Stato pedagogo. No, lo Stato etico vive nel cuore dell’uomo. È lo Stato in interiore homine».  Era il dicembre del 1994. Un circolo di giovani di An aveva organizzato un convegno sulla figura di Giovanni Gentile e aveva invitato come ospite d’onore Antonio Fede. Nuccio, così lo chiamavano amici e camerati, volle correggere certe errate opinioni, diffuse anche a destra, intorno all’idea di Stato sostenuta dal filosofo dell’attualismo, di cui era studioso attento e profondo. Quella sua forte quanto opportuna precisazione è una delle tante immagini che conservo di Fede, che purtroppo ci ha lasciato a Ferragosto, dopo una vita dedicata all’impegno politico e culturale ancorché dolorosamente segnata dalla malattia e dalla sofferenza fisica.

Ma la forza straordinaria che emanava dalla sua persona era proprio la caparbietà con cui riusciva a superare ogni difficoltà per svolgere il suo impegno intellettuale e per arricchire la cultura della destra con le sue analisi, con i suoi studi, con i suoi insegnamenti. Fede era uno dei collaboratori più preziosi della pagine culturali del Secolo d’Italia. Ed era sempre un motivo di arricchimento ideale tutte le volte che passava in redazione. Il suo sforzo costante era quello di dimostrare che il pensiero di Gentile non era semplicemente consegnato alla storia della filosofia italiana, ma era materia viva e in qualche modo incandescente, perché forniva un impulso continuo a non smarrire mai il senso della storia, il pensiero della storia, anche negli aspetti apparentemente più incomprensibili e contraddittori della vita collettiva.

Fede si era arruolato giovanissimo nella formazioni militari della Rsi, poi aveva contribuito alla costruzione del Msi, prima in Sicilia e poi a livello nazionale. Negli anni Settanta, ricoprì la carica di segretario della Federazione del Msi di Roma, un incarico cruciale e importante negli anni in cui il partito guidato da Giorgio Almirante mieteva consensi e purtroppo anche tanti tentativi di delegittimazione e intimidazione. Dopo quella fase, si dedicò prevalentemente all’impegno culturale. Fondò l’Istituto di Studi gentiliani (Isg), che rappresentò un valido strumento di elaborazione  a destra, soprattutto quando, negli anni Novanta, la figura di Gentile fu oggetto di una robusta riscoperta da parte del mondo culturale italiano. Ricordo la sua soddisfazione quando l’Isg fu invitato a partecipare al grande convegno che si svolse a Roma, su iniziativa di un uomo di sinistra ma di grande a apertura mentale come Gianni Borgna, nell’aprile del 1994, in occasione del cinquantenario della morte di  Gentile.

Mi vennero in mente le tesi di Fede quando, nel 1992, lessi il libro di Giovanni Falcone dedicato a Cosa Nostra, che uscì pochi mesi prima dell’attentato di Capaci e che viene considerato come il testamento spirituale del giudice assassinato dalla mafia. Nella pagine finale del libro, Falcone scrive che «lo Stato è un valore interiorizzato». Ecco, lo Stato in interiore homine, lo Stato come valore. Lo Stato che è  «sostanza etica», come scrisse Gentile in Genesi e struttura della società. Grazie Antonio, grazie per tutto quello che ci hai insegnato e per quel fervore ideale che ci hai sempre trasmesso. E che oggi ci è quanto mai prezioso per mantenere dritta la schiena e chiara la coscienza in questi anni di smarrimento ideale e politico.