Dopo la storica sentenza Usa. Amicone: il diritto dei bambini viene prima dell’amore di chicchessia

Il sì dei giudici americani della Corte Suprema ai matrimoni gay apre un nuovo fronte di polemiche. In primis perché a determinare la vittoria del sì è stato il voto di un cattolico: Anthony Kennedy ha infatti messo la firma decisiva alla sentenza, schierandosi contro gli altri quattro cattolici della Corte. Così facendo Kennedy, insieme ai quattro giudici liberal ha dato il via libera a una sentenza storica che sarà destinata a rivoluzionare il concetto stesso di famiglia e di genitorialità. Ma se Barack Obama esulta, lo stesso non può dirsi del fronte del “no” che già promette battaglia. In prima linea ci sono i vescovi Usa che hanno definito la giornata del 26 giugno «tragica per il matrimonio e per la nazione». Secondo l’arcivescovo di New York e presidente della Conferenza episcopale americana Timothy Dolan e l’arcivescovo di San Francisco Cordileone, «il governo federale dovrebbe rispettare la verità che il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna anche quando gli stati non lo fanno». Per i vescovi americani, «il bene di tutti, soprattutto dei nostri figli, dipende da una società che si sforza di rispettare la verità del matrimonio. Ora è arrivato il momento di raddoppiare gli sforzi per rendere testimonianza a questa verità». Dolan ha lanciato un appello: «I cittadini si mobilitino insieme e con fermezzza per promuovere e difendere l’unico significato del matrimonio: un uomo, una donna, per tutta la vita». Sul piede di guerra, come riporta il Corriere  anche conservatori come McCain, la radicale e paladina del Tea Party Michele Bachmann che ha definito l’omosessualità «un disordine sessuale» e Andrew Pugno leader dell’associazione Protectmarriage.com. Tutti annunciano battaglia sostenuti anche dall’ultimo sondaggio Pew secondo cui il 42 per cento degli americani resta contrario all’idea che il matrimonio sia considerato unione tra due persone e non tra un uomo e una donna. “Colpito” anche Keith Fournier, fondatore e direttore della rete di media cattolici americani “Catholic online”. Intervistato dall’Avvenire osserva che sono scomparse parole significative «come legge naturale, morale, tradizione e il rispetto che le autorità civili devono a tali principi. Invece, anche nell’opinione dissenziente si sottolineano solo concetti tecnici, come il potere della Corte. Che, secondo i quattro  giudici della minoranza, questa sentenza ha ecceduto. È un segnale preoccupante, secondo me più  della sentenza  stessa, perché stabilisce, o lascia passare, il principio che la legge civile che determina i fondamenti di una società è malleabile e può essere cambiata per adattarsi ai capricci o alle tendenze dell’opinione pubblica. Il ruolo del governo e degli Stati nell’ambito della famiglia è tutelarla e proteggerla, non di cambiarne la natura».

La sentenza piomba in Italia e anche qui crea discussione e solleva interrogativi. «È grave – osserva Luigi Amicone, direttore di Tempi – che l’istituzione giuridica che detta le linee di interpretazione etica alla cattedrale giuridica dell’Occidente assuma una versione ideologica del mondo comune. Non solo, abolisce una realtà come la conosciamo da sempre. L’omosessualità c’è sempre stata ma mai a nessuna civiltà è venuto in mente  di immaginare che la giustizia possa negare le differenze. Dopo questa sentenza c’è un mondo più grigio e un po’ meno libero perché non sappiamo quali conseguenze avrà l’aver stabilito che un bambino, invece di una  mamma e papà, possa avere indifferentemente anche due mamme o due papà. Sugli amori c’è la più assoluta libertà, ma il diritto dei bambini viene sopra al diritto all’amore di chicchessia».

Dura la reazione del Forum delle famiglie italiane: «Dopo tre millenni in cui la famiglia è sempre stata quella tra uomo e la donna, ora è in corso  una battaglia su scala mondiale per scardinare questo fondamento antropologico della società». Per il presidente del Forum, Francesco Belletti: «Ovunque si procede a colpi di maggioranze risicate, nonostante si abbia a che fare con temi importanti che richiederebbero consensi ben più ampi». Il tema ha trovato ampio spazio anche sui quotidiani italiani e già appare chiaro il messaggio che l’Italia si deve adeguare al più presto. Così per esempio, in un commento Carlo Rimini su La Stampa ha osservato che «La politica, la buona politica, sa vedere come cambia la civiltà, come si sviluppa il pensiero della gente. Sa leggere le linee del cambiamento, sa guidarlo, prevenirlo, orientarlo. Ebbene, non dovrebbe essere difficile cogliere che anche in Italia il sentire comune  non ritiene più che sia giusto negare alle coppie omosessuali il diritto di formare una famiglia riconosciuta dallo Stato. Lo dicono le sentenze della Cassazione e lo registrano i sondaggi di opinione…». Rimini non parla di matrimonio, ma osserva che «nulla impedisce di creare un istituto familiare che consenta alle coppie omosessuali di formalizzare la loro unione all’interno di una cornice giuridica certa». E si continua anche su Repubblica dove Michela Marzano accusa l’Italia di essere «arretrata. Il vero problema è proprio quello della mancanza di libertà e di uguaglianza».