Se la destra c’è si ritrovi intorno alla costruzione della Nuova Repubblica

 C’è un laboratorio aperto a destra. Come ha ricordato Mario Landolfi, fervono iniziative e riflessioni tese a comprendere che cosa è successo, ma soprattutto proiettate nella individuazione di un progetto comune che nessuno sa dire se riuscirà o meno. Che la “destra non c’è” eppure, paradossalmente, c’è, eccome, è uno dei quei misteri della politica italiana che non siamo capaci di rendere razionali. Una “destra diffusa”, come ebbi a definirla una quindicina d’anni fa sulla rivista “Percorsi”, esiste: attende di essere ricomposta. E nell’attesa cerca di offrire, per come può, il proprio apporto al dibattito istituzionale che si è per l’ennesima volta aperto in questa stagione tutt’altro che propizia – realisticamente – a prospettive “costituenti”. Ma tant’è.

La destra vuole esserci. E comincerà a dimostrarlo domani con il convegno all’Adriano di Roma. Il titolo dell’incontro è suggestivo: “Dalla Repubblica commissariata alla Repubblica del presidente”. Che vuol dire dalle istituzioni partitocratiche alla Costituzione dei cittadini attraverso un nuovo “patto” sta stipulare tra tutti i soggetti in modo che nessuno possa sentirsi figlio di un “dio minore”. Un sasso nello stagno. Niente di più. Ed un’occasione per guardarsi negli occhi da parte di tutti coloro che hanno accettato l’invito ad un confronto aperto finalizzato a portare un sasso alla ricostruzione della destra politica il cui spazio è enorme: va soltanto riempito non con sterili operazioni di maqullage, ma con proposte concrete, come quella ambizosa che fa parte della tradizione della destra italiana, la Nuova Repubblica incentrata sull’elezione diretta del capo dello Stato.

Abbiamo osservato smarriti e sgomenti nel corsa della tormentata elezione presidenziale alla celbrazione di riti volgari che hanno umiliato le istituzioni e ridotto la scelta dell’inquilino del Quirinale ad un mercanteggiamento privo di qualsiasi giustificazione motivazione riferita alla ricerca del migliore possibile in grado di rappresentare teoricamente l’unità nazionale. A sessantacinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione non sono ancora stati individuati meccanismi meno arcaici e più partecipativi per eleggere colui che dovrebbe costituire il punto di riferimento civile e morale degli italiani. Un decrepito parlamentarismo, neppure sbiadita immagine di quello che disegnarono i costituenti.

Di fronte ad uno spettacolo tanto avvilente, ci chiediamo perché la Repubblica presidenziale debba restare ancora un tabù e non c’è straccio di politico o di intellettuale o di costituzionalista che prenda l’iniziativa di introdurre la discussione intorno a tale tema che non dovrebbe suscitare negative reazioni dal momento che in buona parte del mondo essa funziona magnificamente ed il Parlamento non soltanto legifera in piena libertà, ma esercita un controllo sugli atti presidenziali più di quanto il nostro Parlamento non faccia su quelli dell’Esecutivo.

Il presidenzialismo da sempre è stato uno dei cavalli di battaglia della Destra italiana, ma non soltanto della Destra. Esso ha attraversato il dibattito costituzionale nell’arco della storia della Repubblica coinvolgendo gruppi e personalità del livello di Valiani, Calamandrei, Costamagna, Almirante, Pacciardi, Craxi, Miglio e via citando.

Il presidenzialismo non va considerato, secondo la vulgata dei suoi detrattori, come una sorta di contropotere rispetto agli altri apparati periferici dello Stato, ma quale elemento di equilibrio e di riconoscibilità del processo di formazione della decisione, controllata dal Parlamento, in un sistema di bilanciamento costituzionalmente rigorosamente previsto. Con la sua adozione si stabilisce una linea di demarcazione netta tra i controllori ed i controllati, tra potere legislativo e potere esecutivo. In più, come osservò Giorgio Rebuffa in uno splendido libretto che meriterebbe di essere ristampato, non a caso intitolato Elogio del presidenzialismo, “Il presidenzialismo potrà portare al nostro sistema politico le cose che non ha fin qui avuto. In primo luogo, la visibilità delle scelte e la ‘personalizzazione’ democratica: sapremo chi accusare e chi premiare. E ci porterà la distinzione tra chi governa e chi si oppone. L’esperienza parlamentare italiana è stata esattamente il contrario, caratterizzata dall’invisibilità delle decisioni e dall’irresponsabilità di fronte al corpo elettorale. Le ragioni di tutto ciò sono state molte: le regole della vita parlamentare e quelle della Costituzione, l’ideologizzazione e gli stili della politica. Ma la ragione di fondo è stata quella che in anni lontani si cominciò a chiamare ‘partitocrazia’: un sistema di oligarchie che ha piegato le istituzioni ai propri interessi. Per questo il ‘paradosso italiano’ si è configurato come una lunga continuità delle élites, a cui si sono accompagnate un’altrettanto lunga instabilità ed un’assenza di leadership. Per questo abbiamo bisogno del presidenzialismo. Perché è un sistema costituzionale capace di piegare i comportamenti politici, di rendere le istituzioni più forti dei partiti. Il sistema presidenziale non serve a dare ad una comunità un leader e una maggioranza. Ma serve a spezzare le oligarchie immobili, le culture politiche sclerotizzate, a dare alle icone le dimensioni e lo spazio. La Repubblica presidenziale è la strada per dare anche all’Italia la sua rivoluzione liberale”.

Una radicale riforma del sistema, per come la presuppone una riforma in senso presidenziale, non può non tener conto anche del problema della rappresentanza.  Discutere, come talvolta si fa, della cosiddetta Camera delle regioni o delle autonomie in un quadro di sgretolamento dello Stato è un non senso. E già quarant’anni fa se ne discuteva con ben altra cognizione di causa. Le convulsioni politiche di questi ultimi anni dovrebbero renderci consapevoli che un ordine civile, fondato sul consenso, può ottenersi soltanto attraverso riforme strutturali che siano il frutto di compromessi alti e non di abborracciate riforme imposte spesso da maggioranze risicate, come il Titolo Quinto della Costituzione.

Il presidenzialismo non è una sfida, ma una proposta per immaginare una Repubblica nuova, dei cittadini e non dei partiti. Jean Jaurés, socialista e democratico, sosteneva che la Repubblica non va soltanto difesa: va organizzata.