Nutrire, guarire, avvelenare: nelle mani delle donne una missione tutta da raccontare

Il titolo è suggestivo: Nelle mani delle donne. E cosa c’è nelle mani delle donne? Quella particolare missione che si esprime nel nutrire e nel guarire. Ma anche quel potere nefasto che si esplica nell’avvelenamento. E come, e quanto, le donne siano state protagoniste di queste pratiche e di questi costumi è appunto il centro dell’analisi del libro di Maria Giuseppina Muzzarelli, Nelle mani delle donne (Laterza). Un viaggio a ritroso seguendo un percorso temporale che dalla contemporaneità va indietro al XV secolo della strega Matteuccia, al XII secolo della monaca Ildegarda di Bingen, fino all’XI secolo di Burcardo di Worms seguendo una pluralità di fonti: trattati, dipinti, opere letterarie e atti giudiziari.

L’allattamento, di certo, è il primo atto in cui si esplica la funzione della donna come colei che dà la vita, che fa crescere, che procura nutrimento. E le icone di Maria Vergine che porge il seno al bambino Gesù (che cominciano a diffondersi dopo il Concilio di Efeso, 431 d.C.) rappresentano il simbolo di vitale chiarezza che si oppone a quello di Eva che porge la mela diabolica, che induce al peccato e alla caduta. Due donne, ma con destini molto diversi. Il latte è anello di congiunzione tra figlio e madre, che rende la Madonna anche madre di tutta l’umanità. La mela è il cibo proibito che produrrà una macchia indelebile, la cacciata dal paradiso terrestre, la sofferenza e la morte. E in qualche modo anche le figure storiche di Matteuccia la strega e di Ildegarda la monaca sono antitetiche, sono metafora di rappresentazioni opposte del genere femminile. Matteuccia, bruciata a Todi nel 1428, era anche lei una “guaritrice”, preparava unguenti e pozioni per fornire aiuto a coloro che bussavano alla sua porta, ma le sue formule superstiziose la rendono invisa al punto da farla ritenere connivente con il Maligno. Ildegarda invece può permettersi di curare i malati nel suo monastero perché unisce la sua conoscenza delle erbe alla preghiera. In realtà era talmente sicura di sé da abbozzare – una rarità per il tempo in cui visse – la scrittura di un trattato di Fisica. Eppure anche nei suoi rimedi c’erano tracce di superstizione: prodigiosa è l’acqua in cui è tenuto a bagno lo smeraldo, mentre la strega Matteuccia usa sangue mestruale e acqua sporca per i suoi filtri. Da una parte la luce, dall’altra l’ombra. Anche se il pregiudizio non potrà a lungo privare le mani delle donne del loro merito principale: nutrire, allevare, prendersi cura. La storia di queste funzioni è quindi anche una storia, bellissima, di dedizione.